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I TRENT’ANNI DI ATTIVITA’ LETTERARIA DI ANNA MARIA BONFIGLIO di Nicola Romano

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Cari amici, questa sera siamo stati invitati alla presentazione della recente raccolta di poesie di Anna Maria Bonfiglio, intitolata PER TARDIVO PRODIGIO ed edita dalla Fondazione Thule Cultura, un libro che in verità doveva essere presentato già da prima, ma per una questione di tempi (e anche di contrattempi) la presentazione ha dovuto subire dei successivi rinvii. Un rinvio che, tutto sommato, non dispiace e che anzi si rivela molto propizio perché ci dà l’opportunità, adesso, di ricordare e festeggiare, in concomitanza a questo incontro, i 30 anni (che con fare augurale vorremmo dire “i primi 30 anni”) di attività letteraria dell’autrice, se è vero che risale al gennaio del 1978 la pubblicazione della sua prima raccolta di poesie intitolata Le parole non dette edita da Thule. E da allora, tante altre parole sono state dette, scaturite dalla penna della Bonfiglio che, tra poesia, narrativa, saggistica e giornalismo ha costantemente partecipato, con un suo preciso segno, all’attività letteraria in genere, nonché a quello che si può definire il vero confronto culturale sia in ambito siciliano che nazionale. Percorrere seppur in maniera sintetica questi 30 anni è un’operazione molto articolata, perché significa visitare, attraverso le fasi operative dell’autrice, quasi tutti i generi della scrittura e significa, inoltre, considerare tanti di quei ruoli che una persona seriamente impegnata nel campo culturale può assumere. Ma andiamoci per ordine, cercando di dare consistenza ed organicità ad un excursus che vogliamo far procedere necessariamente in ordine cronologico. Dopo Le parole non dette – come dicevamo - del 1978, e precisamente un anno dopo, vede la luce la raccolta Le voci del silenzio, pubblicata ancora con le edizioni Thule. (E qui sento di aprire già da subito una doverosa parentesi, che certamente sarà ripresa e sviluppata con maggiore partecipazione sia professionale che affettiva dall’amico Tommaso Romano: infatti, considera-to che sia le prime pubblicazioni della Bonfiglio e sia quest’ultima raccolta PER TARDIVO PRODIGIO sono state accompagnate dall’edizione Thule, siamo come in un cerchio che adesso non vuole per niente chiudersi, ma che forse vuole evocare qualcosa (dopo diverse esperienze, forse vuole rappresentare un nostos, un felice ritorno alle origini editoriali) o quanto meno raccordarsi con un passato molto denso ed entusiasmante, decisamente foriero di tante espressioni ispirate e sapientemente realizzate nel tempo). Volendo continuare nell’elencazione delle raccolte di poesia, annotiamo che nel 1981, in un volume a quattro mani, e precisamente insieme a Franco Di Stefano, Filippo Giordano e Pietro Nigro, pubblica una propria silloge di 22 testi, dal titolo Uguali dimensioni.
Nel 1982 la Bonfiglio si lascia tentare dall’avventura dell’editoria non siciliana, e con le edizioni Gabrielli di Roma pubblica L’insana voglia d’ardere. Per quella maturazione che deve avvenire in uno scrittore, così com’è avvenuto anche per la Bonfiglio, anche i titoli delle raccolte appaiono fin d’ora più elaborati e più mediati, e che comunque meglio introducono – non senza destare curiosità – nel mondo degli sperduti campi dell’esistenza. E’ pure l’anno in cui, insieme a chi vi parla ed al poeta Michele Sarrica, prende in mano le sorti dell’A.S.A. (Associazione Scrittori e Artisti). E’ stato questo un momento di svolta per la Bonfiglio, un passaggio certamente significativo, perché per lei è iniziato un periodo di grande impegno corale, e infatti oltre all’attività personale si è trovata immersa nel ruolo di operatrice culturale a vasto raggio, svolto con una fervida dedizione e con profondo sacrificio. Da qui, quella che prima era dedizione personale prevalentemente rivolta alla poesia, ora diventa quasi “lavoro full time”(a tempo pieno), dal momento che innumerevoli sono le occasioni per coordinare incontri, per allestire mostre di pittura, per organizzare dei premi di poesia o per preparare recensioni e presentazioni di libri. Erano pure anni di grosso fermento culturale a Palermo, soprattutto nel campo della poesia. E non possiamo non ricordare un fenomeno che abbiamo ampiamente trattato in uno dei recenti salotti dell’Ottagono Letterario, e cioè il fatto che in quegli anni imperversavano nelle radio locali tante trasmissioni d’intrattenimento che avevano per argomento, appunto, la poesia; e ci piace ricordare che Anna Maria Bonfiglio è stata una delle più valide protagoniste di questo fenomeno collocato lungo gli anni ‘80, essendo stata ospite in diverse trasmissioni ed avendo condotto lei stessa delle rubriche a tema letterario, proponendo sapientemente alcune figure di raffinati scrittori non molto conosciuti ai più, come Francesco Guglielmino, Federico De Roberto o Maria Messina, tanto per citarne qualcuno. Ad avvalorare il fatto che l’autrice è ben riuscita a coniugare l’interesse per le proprie cose con un servizio culturale svolto nell’interesse della collettività, ecco che nel giro di due anni vedono la luce due sue nuove raccolte, e precisamente Nell’universo apocrifo del sogno (che è del 1985) e La marna e l’arenaria (uscito nel 1987). E nel marzo del 1987, come naturale suggello di un’attività associativa svolta con proficuo e riconosciuto impegno, Anna Maria Bonfiglio diventa presidente dell’Associazione Scrittori e artisti, con un comprensibile aumento del carico di responsabilità e di lavoro. Senza dimenticare la fattiva collaborazione dei soci di quel tempo, dobbiamo dire che la sua presidenza ha coinciso con quelli che sono stati forse gli anni d’oro dell’Associazione, che ha ritrovato – proprio in quel momento - slancio e competenza nei vari settori della cultura, offrendo, per la prima volta, la sua scena anche a poeti, scrittori ed attori di livello nazionale. Nel 1989 pubblica una silloge minima, intitolata La donna di picche nella deliziosa collana “Minerva” del “Vertice editrice”, e nel 1991 – edito da «Insieme nell’arte» esce un’altra originale raccolta intitolata Album-sedici dediche, con la quale rivolge il suo sentimento in forma poetica ad altrettante persone che hanno avuto un posto significativo nella sua vita personale e culturale. Anna Maria Bonfiglio, oltre che in lingua, in poesia si è espressa anche in dialetto siciliano (o in lingua siciliana che dir si voglia), ed anzi è stata una delle maggiori sostenitrici, appunto, del dialetto e delle problematiche che stanno attorno ad esso. Un riconoscimento a questo registro di scrittura le è pervenuto dal prestigioso premio «Città di Marineo», quando la Giuria era ancora presieduta dall’indimenticato Ignazio Buttitta. L’unica sua opera in siciliano è la raccolta Spinnu del 1996, che contiene, fra l’altro, una sua interessante dichiarazione di poetica dialettale. Nello stesso anno, cede la presidenza dell’ASA e nella qualità di giornalista-pubblicista, diventa condirettore di «Insieme nell’arte», organo di stampa della stessa Associazione. E’ del 1999 il pieghevole D’ombra e di assenza, una breve ma densa silloge inserita in forma monografica nel caratteristico periodico Issimo, periodico che – ci piace ricordarlo - proprio quest’anno inzia il suo ventunesimo anno di attività. La penultima pubblicazione di Anna Maria è del 2000, e porta il titolo Le voci e la memoria, una rassegna memoriale molto pregnante, che certa-mente smuove i bagagli emozionali del lettore, introducendolo in quella che può essere la rappresentazione della bellezza e dell’amore. Se volessimo trovare altre sue presenze sparse, dovremmo cercare tra quotidiani, tra riviste, antologie e florilegi vari. Tra i saggi a tema letterario ricordiamo fra tutti Il mito nella poetica di Cesare Pavese; Camillo Sbarbaro e il dolore di vivere; Ereditarietà e predesti-nazione nei personaggi del Viceré (di De Roberto), che hanno trovato spazio su riviste letterarie specializzate. Per la narrativa ha pubblicato una raccolta di racconti dal titolo L’ultima donna. In questi ultimi anni troviamo la Bonfiglio molto attiva e partecipe ai confronti letterari sul web, dal momento che si è dedicata ad interagire sui siti specializzati dedicati alla letteratura, in alcuni dei quali è abbastanza rappre-sentata. Mi sia consentito dire, avviandoci alla fine di questo essenziale excursus, che con un atteggiamento diverso da ciò che è successo o che succede nell’ambito culturale palermitano (sempre salvando le poche e dovute eccezioni), nel suo piccolo Anna Maria Bonfiglio ha fatto scuola, sia per il modo genuino e coinvolgente del suo pensiero, sia perché sempre aperta e disponibile al dialogo improntato sulla componente umanistica, e sia perché materialmente sono passati da casa sua diversi scrittori, soprattutto giovani, che hanno trovato in lei quei consigli, quegli stimoli e quei pretesti per potere portare avanti l’esercizio della scrittura, sia in poesia che in prosa. Ed ha fatto scuola anche in forma didattica, dal momento che in due occasioni ha tenuto a Palermo un corso di “Analisi e interpretazione del testo poetico”, come pure un “Laboratorio di scrittura creativa”. Bene. Questa che avete ascoltato può essere sembrata una semplice cronaca della trentennale attività di Anna Maria Bonfiglio, ma in effetti dovete consi-derarla soprattutto come un’affettuosa testimonianza da parte di chi vi parla, avendo condiviso, con l’autrice, le alterne fortune della quasi totalità di questi 30 anni che, se purtroppo coincidono con un lento e progressivo declino della vita culturale a Palermo, per noi sono contraddistinti da costruttive vicende, da naturali scoramenti, da entusiasmi sopiti e rinascenti, e comunque sempre all’insegna di una solida amicizia e di una particolare complicità poetica che ha riempito operativamente il nostro passato e che continua a riempire il vuoto ambientale di questi nostri giorni, dal momento che la poesia – uso una recente definizione del filosofo Massimo Cacciari – è una scuola di resistenza. Del resto, è la stessa poesia di Anna Maria che parla, una poesia che non perde di vista il “taglio umano” (o di partecipe umanità, come definisce Tommaso Romano nella sua recente raccolta di saggi Scolpire il vento), taglio umano – continuo io - che deve stare alla base di ogni scambio di pensiero legato ai vari aspetti dell’esistenza. Una poesia, quella di Anna Maria, che non si fa materia di se stessa ma che punta decisamente a smuovere le corde dell’anima, a raccontare i sentimenti (ed i risentimenti), le vibrazioni e gli stupori del proprio essere sensibile. E gli stupori, vissuti talvolta in senso negativo, a tratti sanno trasformarsi anche in esiti di gioia poetica, se l’espressione di un momento particolare viene vissuta come giusto diritto nei confronti del “sogno”, o come sostanziale legame con l’essenza stessa della vita. Vi ringrazio per avermi ascoltato, e un caro “ad majora” ad Anna Maria Bonfiglio. Palermo, 15 marzo 2008 Nicola Romano 
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INDIVIDUO DIRITTO E VITA ETICA IN GIUSEPPE CAPOGRASSI.METAFISICA DELL’UMANO UNIVERSALE di Luca Tumminello

Giuseppe Capograssi (Sulmona, 1889 – Roma, 1956) è pensatore di vigore, generosità e originalità non comuni. Sarebbe troppo riduttivo definirlo un filosofo del diritto e un giurista perché spesso le sue pagine avorio risplendono come il canto di un poeta. La sua riflessione è guidata da una profondissima fede cristiana, la quale, coerentemente, rappresenta la stella polare di tutto il suo discorso filosofico. La sua prospettiva metafisica dell’amore per Dio non si risolve, come potrebbe pensarsi, in una necessaria antinomia tra diritto naturale e diritto positivo: Capograssi ha avuto la grande intuizione che il diritto positivo, nella sua profonda ragione d’essere, è diritto naturale, e precisamente «diritto naturale vigente».[1] Il diritto è essenzialmente azione dominata da valori. Compito della scienza del diritto è far emergere l’intrinseca razionalità delle leggi, l’essenza dell’ordinamento giuridico e dell’esperienza giuridica: tale valore d’unità e di verità è la vita.[2] La considerazione del diritto come legge non riesce a comprendere per intero la sfera dell’esperienza giuridica. Il diritto non può essere ridotto alla legge non perché pretenda essere fuori o sopra le leggi, «ma perché è insieme sistematico di leggi applicate, leggi nate per soddisfare scopi di individui umani e messe in opera da individui umani per i loro scopi, con i vari modi che i vari scopi possono implicare».[3] Ogni singola legge, ogni singolo comando devono essere ricondotti alla loro vera essenza spirituale e razionale[4]; l’esperienza giuridica, unificando le volontà esplicite dei singoli agenti e la vita, sperimenta la profonda comprensione dell’azione e del valore in essa radicato, avviando il processo di scoperta del fine unitario ed universale dell’umano. Ogni azione o espressione di volontà solo superficialmente o “esteriormente“ può essere riferita ad un singolo individuo o ad un gruppo sociale: esse rappresentano nella loro profonda manifestazione il vero senso della storia. L’azione e la volontà dell’individuo, ad un primo livello di coscienza, perseguono il loro fine concreto ed immediato; ad un livello superiore, più profondo, perseguono la creazione del mondo pratico umano, ovvero dell’esperienza giuridica, il mondo della coesistenza; ad un livello ancora più profondo e segreto sta l’esperienza morale, la quale è strumento per raggiungere la realizzazione della vita etica. È il volere profondo dell’individuo, che aspira alla vita in comune e non vuole la solitudine, che fa assumere all’azione una risonanza superiore, connaturale al destino stesso dell’azione e della storia. Secondo Capograssi, l’esperienza giuridica non è altro che l’azione ricondotta al suo vero volere. Prima della realizzazione della vita nella pienezza dell’essere, la volontà ha uno slancio esteriore, ossia la vita in comune, lo Stato. Tale volontà è un atto di umiltà, «è la più semplice attività d’intesa contro tutte le forme di dissoluzione, perché è volontà… intanto del semplice stare insieme di un semplice realizzare come atto vissuto, come cosa voluta, come cosa reale ed effettiva, quel coesistere, che è il fatto materiale ed esteriore del concreto».[5] Nell’esperienza giuridica l’individuo si trova spossessato del suo volere ma contemporaneamente reintegrato nel suo volere. Lo Stato è espressione di forze estranee all’individuo che lo sottopongono a quello che egli in apparenza non vuole. In realtà tali forze estranee non fanno altro che ricondurre l’individuo al suo vero volere, a «rivelargli il vero oggetto del suo atto di volontà, il vero fine a cui esso si riduce, e che, per la singolare struttura della sua vita, smarrisce lungo il lavoro del suo sforzo».[6] Questa coesione, questa connessione di individui, di interessi e di fini di vita, getta le basi per l’esistenza del mondo dell’azione, nel quale le varie forme delle esistenze possono convivere. La volontà vive una intrinseca ed implicita vocazione per la vita. In altre parole, lo Stato è il proiettarsi esterno dell’individuo che si fa parte dello sforzo di coesistenza, ma allo stesso tempo è la prima base significante dell’azione dell’individuo stesso, il quale esce dall’inerzia del suo volere e si assume la responsabilità del volere stesso, riportando l’azione al suo vero fine, ossia il mondo pratico umano. L’azione individuale e il suo concreto fine vengono, tramite l’esperienza giuridica, ricondotti alla loro “plenaria natura”, «tirando fuori alla superficie dell’azione, togliendolo dai presupposti dell’azione e facendolo apparire allo scoperto, l’individuo stesso, di cui l’azione non è che un momento di vita».[7] Ma l’esperienza giuridica, come sopra accennato, non è il fine assoluto, è solo la preparazione dell’esperienza morale. Volere il mondo umano nella sua unità e volersi individuo in questo mondo umano non realizza la profondità della volontà stessa. Solo l’esperienza morale, la volontà che giunge nelle profondità dell’atto, conduce l’anima nel proprio dominio, «nel dominio di sé stessa», dove la vita scorre «secondo le inclinazioni della volontà, che vuole appunto vivere la vita nella totalità e nell’ordine dei suoi interessi e dei suoi fini umani».[8] Questa via presuppone il coraggio di accettare il dovere di giungere alla coscienza più profonda di sé stessi, di farsi carico dell’imperativo che giustifica la libertà e la volontà, di assumersi la responsabilità che rende veramente umano l’uomo: compiere la vita nella sua verità. Per realizzare tale virtù e tale libertà bisogna vincere le tentazioni che assalgono la volontà nel momento in cui si esprime l’azione: ciò significa, da un lato, superare le tentazioni delle vie che, seppur facili, non conducono alla realizzazione dei fini ed interessi più profondi della vita, dall’altro, lottare contro l’impotenza derivante dalla rassegnazione agli automatismi dell’agire[9] e rendersi pienamente consapevoli dell’azione necessaria. L’individuo si accolla l’immane peso di creare l’esperienza giuridica e l’esperienza morale e, comunque si trova, da un lato, a scontrarsi con l’ingiustizia della società, la superbia, l’egoismo dei “coesistenti”, dall’altro, con le paure, le debolezze, la vanità, l’impotenza del proprio essere. Il diritto può essere ingiusto e la società spesso è oppressione dell’individuo. L’esperienza morale è incapace di assorbire nel suo atto tutta la vita con le proprie forze. L’uomo, condannato all’attimo sfuggente del piacere dei sensi e delle passioni, aspira all’assoluto ma dispera del finito, della sua insufficienza e inadeguatezza. L’individuo vorrebbe la “vita infinita”. Tutto il suo essere tende a questa segreta, misteriosa aspirazione; questo immutabile e perenne slancio umano è connaturale alla volontà, anzi, come direbbe G. B. Vico, rende umana la volontà dell’individuo. Ma l’individuo è sommerso dall’ “incontentabilità della storia”, dalla contingenza del tempo e delle passioni, dal dolore della vita derivante dalla condizione del finito. Perché allora condurre il peso di una vita umanamente vissuta? È forse troppo grave il sacrificio che si chiede all’individuo, ovvero essere profondamente sé stesso, realizzare la vita etica?Perchè imboccare la via dell’Enigma, perché sostenere il peso del Nomos? La risposta è tanto semplice quanto paradossale!Non è possibile sfuggire alla domanda più umana, affascinante e misteriosa: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Il senso misterioso della vita scorre nelle vene, ossigena il cervello, i pensieri, le intuizioni: è il nutrimento stesso della vita, è l’uomo stesso. Non è possibile sfuggire alla vita etica! L’azione per essere veramente umana deve nascere, nella sua profonda ragione d’essere, dalla fede che ognuno di noi è parte di quel Mistero e che esso è in noi. L’individuo ha il dovere di farsi veramente uomo, passando per le sofferenze dell’azione e della volontà, per le sofferenze della sua “storicità” e finitezza: la catastrofe del dolore è legge di necessità che conduce il soggetto a quel pensare umanamente che per Vico è la matrice stessa del volere. I valori e fini profondi della vita, la realizzazione della via etica, «danno concreto valore e significato umano sia al mondo della vita comune e sociale sia alla vita dell’individuo».[10] In tale prospettiva il sacrificio dell’azione, il sacrificio che la storia e la vita concreta richiedono, nella sua segreta giustificazione, non è che espiazione, intesa come accettazione del dolore che diviene sacro tramite la preghiera. E l’individuo, come visto, non si rassegna a vivere passivamente la storia. Egli ha un ruolo di grande responsabilità: in ogni singola espiazione ci si accolla una parte della «colpa e della croce di tutti» in un ciclo tetraedrico di azione-dovere consistente in «pregare espiare risorgere e vivere».[11] Questi quattro momenti hanno per base la fede e l’amore per Dio. Il dolore dell’immane distacco dalla perfezione può essere colmato solo dalla fidente e operosa accettazione della chiamata di Dio, la quale risuona incessantemente nell’animo umano.[12] È dovere riconoscerla e convergere al centro della perenne vibrazione dell’Eterno. Quando l’azione diviene vocazione, espressione totale dell’essere umano, si segue la segreta direzione che la natura reclama, risuona nel sangue l’ebbrezza della libera spontaneità, non vi è più differenza tra libertà e necessità, si compie il destino dell’individuo[13]: vita devota alla vita. Giuseppe Capograssi, ricollegandosi alla matrice di tutte le religioni, al seme della Tradizione, ci insegna che la vera rivoluzione, nella ciclicità del suo significato profondo, non è esteriore ma interiore. L’uomo deve sì immolarsi, ma per sé stesso, non per idee imposte da movimenti o pseudofilosofie e ideologie che non hanno il fervore e la forza del pensiero derivante dall’experire. «L’umanità è una immensa ricchezza di forze spirituali continuamente condannate a sacrificarsi per fini troppo inferiori ad esse e tutti dominati dalla legge del proprio sparire e quindi della morte».[14] Qui l’Autore mostra la tragicità della condizione umana: tutti i fini sociali, compresa «la creazione di un libero regime sociale di giustizia, sono fini relativi, irreparabilmente relativi, perché alla fine sono finalità di assetti storici, di assetti sociali, che vengono a rimpiazzare assetti che li hanno preceduti, e che moriranno anch’essi distrutti da altre condizioni, distrutti dalla stessa morte, che hanno in sé come creazioni storiche».[15] L’eroico e il santo di quella energia spirituale si disperde e all’individuo non resta che il sacrificio, solo la croce. La proiezione di tali forze verso fini transeunti rende il sacrificio fine a sé stesso. Il sacrificio, comunque, ad un certo punto della sua sperimentazione, diviene per l’individuo il pretesto per abbandonarsi allo scorrere della vita, per svegliarsi dal torpore della coscienza proiettata verso il passato e verso il futuro e mai verso il sacro presente. La dissipazione delle finalità sociali, la vittoria dell’individuo sull’incanto del sociale prepara e conduce all’umano: l’individuo è costretto a scoprire le vibrazioni profonde del proprio essere, la semplicità dell’umano, il richiamo dell’infinito, che rappresenta la sua regalità e il suo destino. In altri termini, il soggetto, nel momento presente del sacrificio, scopre l’umanità, la compassione, l’amore, la carità, la preghiera, Dio. Scrive Capograssi: «Il soggetto si accorge alla fine che è andato cercando e va cercando Dio. Tutto il suo lottare e il suo sforzo per arrivare a liberarsi di tante cose è un lottare e uno sforzarsi per arrivare a scoprire in sé questo rapporto di conversione di attesa di fiducia in Dio. E questo è pure il momento in cui l’individuo, accorgendosi dell’esistenza di Dio, si accorge dell’esistenza sua, di lui, dell’individuo, e scopre in questo suo rapporto con Dio la chiave di tutta la sua storia».[16] Ecco il paradosso dello strazio e dell’inquietudine dell’individuo: tutto l’assoluto che ha inconsapevolmente cercato non è altri che Dio. L’individuo non deve rinunziare a sé stesso, deve con coraggio, eroicamente, direbbero Nietzsche ed Evola, compiere il proprio destino, realizzare la matrice del proprio essere, il dovere universale connaturale all’esistenza: la corrispondenza intima tra molteplicità ed Unità, accettando la chiamata del profondo mare del Kòsmos. La via della resurrezione passa soltanto attraverso la preghiera, quel sacrificio che è contemporaneamente «vera disperazione» e «vera speranza», espiazione ed estasi, «cosa più terribile» e al contempo canto «più soave».[17] Compiuto il dovere con sé stessi, anche esteriormente la rivoluzione è compiuta, se di rivoluzione si può parlare; per una segreta legge divina il germoglio affiora dalla terra se nutrito con cura e amore. Per concludere con le bellissime parole di Capograssi: «…bisognerebbe che ognuno, che sente il pericolo, pensasse a rieducare se stesso, la sua coscienza morale, il senso della legge morale, il senso del dovere verso la vita, il senso dell’estrema serietà della vita, nel significato più semplice ed elementare della parola. Cominciasse a pensare seriamente a se stesso, a riscoprire il suo cuore, a mettere in pratica il gran monito del libro antichissimo: omni custodia serva cor tuum, quia ex ipso vita procedit».[18] In un’epoca in cui il nichilismo ed un relativismo deresponsabilizzante e liberticida, nella loro impalpabile, e quindi ancor più pericolosa, inconsistenza, dominano le menti e le anime, come verme nascosto nel profondo delle essenze e delle coscienze, il recupero degli insegnamenti di un maestro come Capograssi, il recupero di un pensiero nato dalle smisurate altezze della meditazione, è luce che rivela il perpetuo scorrere, pulsare e trasformarsi della vita nella immanente testimonianza della continuità ontologica dell’Eterno. C’è tutta una vita da vivere e una Legge da scoprire: sia compiuto il destino. Tale la poetica della vita! [1] L’espressione è di S. Cotta, Giustificazione e obbligatorietà delle norme, Milano, 1981, pp. 128 e 131. Si veda, G. Capograssi, L’esperienza giuridica della storia, in Opere, III, Milano, 1959, pp. 287-288, dove l’A. scrive: «La natura che costituisce il contenuto del diritto naturale è proprio il fine unitario e universale della vita che è immanente a tutte le formazioni della vita concreta e costituisce l’unitario sbocco, il porto a cui tutti i movimenti portano. Il diritto naturale si chiama così proprio perché è l’affermazione e quasi si direbbe la scoperta del fine unitario e universale, che spiega la vita nella sua unità, anzi che pone la vita come direzione unitaria al di sopra delle volontà arbitrarie dei soggetti e delle passeggere combinazioni degli interessi. Il diritto naturale accompagna tutta la storia dell’esperienza giuridica perché è proprio l’affermazione consapevole del destino unitario che regge la vita e tutte le forme dell’esperienza che ne sono la determinazione, e che si formula in modo espresso, assume espressione razionale e logica e si manifesta in sistema di determinazioni logiche e ideali». [2] G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto (1937), Milano, 1962, passim; si veda anche la precisa introduzione di P. Piovani, pp. III-XXXII. Il diritto è votato a scoprire i principi, i valori, le idee umane, le idee che rendono umana l’umanità: la scienza del diritto diviene, quindi, scienza della vita. [3] P. Piovani, Introduzione, cit., p. XV. [4] In tale prospettiva l’interpretazione giuridica ha il compito di riportare la norma alla totalità: «interpretare significa accostare la norma alla vita, rendere la norma assimilabile alla vita». Per approfondire, si veda: G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto, cit., pp. 113 ss., ed anche G. Zaccaria, Il problema dell’interpretazione giuridica in Giuseppe Capograssi, in F. Mercadante (a cura di), Due convegni su Giuseppe Capograssi (Roma-Sulmona 1986). L’individuo, lo stato, la storia. G. Capograssi nella storia religiosa e letteraria del novecento. Atti, Milano, 1990, pp. 347 ss. Il corposo volume che raccoglie gli Atti dei due Convegni del 1986 è opera importante per avvicinarsi al pensiero del nostro A. [5] G. Capograssi, Introduzione alla vita etica (1953), Roma, 1976, p. 68. [6] Ivi, p. 67. [7] Ivi, p. 76. [8] Ivi, p. 84. [9] Sul pericolo degli automatismi sociali agenti sull’individuo, e sul processo di disindividualizzazione dell’individuo, si veda: G. Capograssi, Incertezze sull’individuo, Milano, 1969, pp. 88 ss. e soprattutto pp. 125-161 e 198 ss.; sui bisogni dell’individuo, pp. 200 ss. L’opera raccoglie e ripubblica saggi scritti dall’A. tra il 1950 e il 1955. [10] ID., Introduzione alla vita etica, cit., p. 60. [11] G. Capograssi, Opere, vol. III, Milano, 1959, p. 168. L’opera completa di G. Capograssi è stata pubblicata nel 1959, in 6 volumi, dalla Giuffrè, a cura di M. D’Addio ed E. Vidal. [12] Scrive Capograssi nei Pensieri a Giulia, rievocando il periodo giovanile senza fede: «Che cosa ero io?Non ci posso pensare: ero veramente un uomo finito, senza speranza e senza verità, senza regola e senza letizia, senza vita e senza amore. Ero un disertore della vita e della verità e della norma. Ed ecco che a poco a poco, per le sue vie coperte, dolci, insensibili, il Signore delle misericordie ha voluto (per prodigio della sua Carità), chiamarmi a sé: quanto ho aspettato, quanto ho patito, quanto ha lavorato prima di avere nelle sue mani, docile il mio spirito notturno!». «Avevo nostalgia dell’amore: avevo desiderio profondo e incoercibile di amore: amavo di amare, come dice Sant’Agostino. E ponevo la sede dei miei sogni, il covo del mio avvenire, non so dove, e mi fingevo nella mente qualche cosa di indefinibile, di non fissato, di sparente, un ideale che mi incantava e mi sfuggiva, che mi consolava nel pensiero e mi straziava nella vita…». [G. Lombardi (a cura di), Pensieri a Giulia, 3 voll., Milano, 1978-81, vol. III, pp. 29 e 18]. [13] Si veda, G. Capograssi, Incertezze sull’individuo, cit., p. 18 e ss. [14] ID., Introduzione alla vita etica, cit., p. 181. [15] Ivi, p. 179. [16] ID., Incertezze sull’individuo, cit., p. 207. [17] Ivi, p. 191. [18] Ivi, p. 160.Giuseppe Capograssi (Sulmona, 1889 – Roma, 1956) è pensatore di vigore, generosità e originalità non comuni. Sarebbe troppo riduttivo definirlo un filosofo del diritto e un giurista perché spesso le sue pagine avorio risplendono come il canto di un poeta. La sua riflessione è guidata da una profondissima fede cristiana, la quale, coerentemente, rappresenta la stella polare di tutto il suo discorso filosofico. La sua prospettiva metafisica dell’amore per Dio non si risolve, come potrebbe pensarsi, in una necessaria antinomia tra diritto naturale e diritto positivo: Capograssi ha avuto la grande intuizione che il diritto positivo, nella sua profonda ragione d’essere, è diritto naturale, e precisamente «diritto naturale vigente».[1] Il diritto è essenzialmente azione dominata da valori. Compito della scienza del diritto è far emergere l’intrinseca razionalità delle leggi, l’essenza dell’ordinamento giuridico e dell’esperienza giuridica: tale valore d’unità e di verità è la vita.[2] La considerazione del diritto come legge non riesce a comprendere per intero la sfera dell’esperienza giuridica. Il diritto non può essere ridotto alla legge non perché pretenda essere fuori o sopra le leggi, «ma perché è insieme sistematico di leggi applicate, leggi nate per soddisfare scopi di individui umani e messe in opera da individui umani per i loro scopi, con i vari modi che i vari scopi possono implicare».[3] Ogni singola legge, ogni singolo comando devono essere ricondotti alla loro vera essenza spirituale e razionale[4]; l’esperienza giuridica, unificando le volontà esplicite dei singoli agenti e la vita, sperimenta la profonda comprensione dell’azione e del valore in essa radicato, avviando il processo di scoperta del fine unitario ed universale dell’umano. Ogni azione o espressione di volontà solo superficialmente o “esteriormente“ può essere riferita ad un singolo individuo o ad un gruppo sociale: esse rappresentano nella loro profonda manifestazione il vero senso della storia. L’azione e la volontà dell’individuo, ad un primo livello di coscienza, perseguono il loro fine concreto ed immediato; ad un livello superiore, più profondo, perseguono la creazione del mondo pratico umano, ovvero dell’esperienza giuridica, il mondo della coesistenza; ad un livello ancora più profondo e segreto sta l’esperienza morale, la quale è strumento per raggiungere la realizzazione della vita etica. È il volere profondo dell’individuo, che aspira alla vita in comune e non vuole la solitudine, che fa assumere all’azione una risonanza superiore, connaturale al destino stesso dell’azione e della storia. Secondo Capograssi, l’esperienza giuridica non è altro che l’azione ricondotta al suo vero volere. Prima della realizzazione della vita nella pienezza dell’essere, la volontà ha uno slancio esteriore, ossia la vita in comune, lo Stato. Tale volontà è un atto di umiltà, «è la più semplice attività d’intesa contro tutte le forme di dissoluzione, perché è volontà… intanto del semplice stare insieme di un semplice realizzare come atto vissuto, come cosa voluta, come cosa reale ed effettiva, quel coesistere, che è il fatto materiale ed esteriore del concreto».[5] Nell’esperienza giuridica l’individuo si trova spossessato del suo volere ma contemporaneamente reintegrato nel suo volere. Lo Stato è espressione di forze estranee all’individuo che lo sottopongono a quello che egli in apparenza non vuole. In realtà tali forze estranee non fanno altro che ricondurre l’individuo al suo vero volere, a «rivelargli il vero oggetto del suo atto di volontà, il vero fine a cui esso si riduce, e che, per la singolare struttura della sua vita, smarrisce lungo il lavoro del suo sforzo».[6] Questa coesione, questa connessione di individui, di interessi e di fini di vita, getta le basi per l’esistenza del mondo dell’azione, nel quale le varie forme delle esistenze possono convivere. La volontà vive una intrinseca ed implicita vocazione per la vita. In altre parole, lo Stato è il proiettarsi esterno dell’individuo che si fa parte dello sforzo di coesistenza, ma allo stesso tempo è la prima base significante dell’azione dell’individuo stesso, il quale esce dall’inerzia del suo volere e si assume la responsabilità del volere stesso, riportando l’azione al suo vero fine, ossia il mondo pratico umano. L’azione individuale e il suo concreto fine vengono, tramite l’esperienza giuridica, ricondotti alla loro “plenaria natura”, «tirando fuori alla superficie dell’azione, togliendolo dai presupposti dell’azione e facendolo apparire allo scoperto, l’individuo stesso, di cui l’azione non è che un momento di vita».[7] Ma l’esperienza giuridica, come sopra accennato, non è il fine assoluto, è solo la preparazione dell’esperienza morale. Volere il mondo umano nella sua unità e volersi individuo in questo mondo umano non realizza la profondità della volontà stessa. Solo l’esperienza morale, la volontà che giunge nelle profondità dell’atto, conduce l’anima nel proprio dominio, «nel dominio di sé stessa», dove la vita scorre «secondo le inclinazioni della volontà, che vuole appunto vivere la vita nella totalità e nell’ordine dei suoi interessi e dei suoi fini umani».[8] Questa via presuppone il coraggio di accettare il dovere di giungere alla coscienza più profonda di sé stessi, di farsi carico dell’imperativo che giustifica la libertà e la volontà, di assumersi la responsabilità che rende veramente umano l’uomo: compiere la vita nella sua verità. Per realizzare tale virtù e tale libertà bisogna vincere le tentazioni che assalgono la volontà nel momento in cui si esprime l’azione: ciò significa, da un lato, superare le tentazioni delle vie che, seppur facili, non conducono alla realizzazione dei fini ed interessi più profondi della vita, dall’altro, lottare contro l’impotenza derivante dalla rassegnazione agli automatismi dell’agire[9] e rendersi pienamente consapevoli dell’azione necessaria. L’individuo si accolla l’immane peso di creare l’esperienza giuridica e l’esperienza morale e, comunque si trova, da un lato, a scontrarsi con l’ingiustizia della società, la superbia, l’egoismo dei “coesistenti”, dall’altro, con le paure, le debolezze, la vanità, l’impotenza del proprio essere. Il diritto può essere ingiusto e la società spesso è oppressione dell’individuo. L’esperienza morale è incapace di assorbire nel suo atto tutta la vita con le proprie forze. L’uomo, condannato all’attimo sfuggente del piacere dei sensi e delle passioni, aspira all’assoluto ma dispera del finito, della sua insufficienza e inadeguatezza. L’individuo vorrebbe la “vita infinita”. Tutto il suo essere tende a questa segreta, misteriosa aspirazione; questo immutabile e perenne slancio umano è connaturale alla volontà, anzi, come direbbe G. B. Vico, rende umana la volontà dell’individuo. Ma l’individuo è sommerso dall’ “incontentabilità della storia”, dalla contingenza del tempo e delle passioni, dal dolore della vita derivante dalla condizione del finito. Perché allora condurre il peso di una vita umanamente vissuta? È forse troppo grave il sacrificio che si chiede all’individuo, ovvero essere profondamente sé stesso, realizzare la vita etica?Perchè imboccare la via dell’Enigma, perché sostenere il peso del Nomos? La risposta è tanto semplice quanto paradossale!Non è possibile sfuggire alla domanda più umana, affascinante e misteriosa: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Il senso misterioso della vita scorre nelle vene, ossigena il cervello, i pensieri, le intuizioni: è il nutrimento stesso della vita, è l’uomo stesso. Non è possibile sfuggire alla vita etica! L’azione per essere veramente umana deve nascere, nella sua profonda ragione d’essere, dalla fede che ognuno di noi è parte di quel Mistero e che esso è in noi. L’individuo ha il dovere di farsi veramente uomo, passando per le sofferenze dell’azione e della volontà, per le sofferenze della sua “storicità” e finitezza: la catastrofe del dolore è legge di necessità che conduce il soggetto a quel pensare umanamente che per Vico è la matrice stessa del volere. I valori e fini profondi della vita, la realizzazione della via etica, «danno concreto valore e significato umano sia al mondo della vita comune e sociale sia alla vita dell’individuo».[10] In tale prospettiva il sacrificio dell’azione, il sacrificio che la storia e la vita concreta richiedono, nella sua segreta giustificazione, non è che espiazione, intesa come accettazione del dolore che diviene sacro tramite la preghiera. E l’individuo, come visto, non si rassegna a vivere passivamente la storia. Egli ha un ruolo di grande responsabilità: in ogni singola espiazione ci si accolla una parte della «colpa e della croce di tutti» in un ciclo tetraedrico di azione-dovere consistente in «pregare espiare risorgere e vivere».[11] Questi quattro momenti hanno per base la fede e l’amore per Dio. Il dolore dell’immane distacco dalla perfezione può essere colmato solo dalla fidente e operosa accettazione della chiamata di Dio, la quale risuona incessantemente nell’animo umano.[12] È dovere riconoscerla e convergere al centro della perenne vibrazione dell’Eterno. Quando l’azione diviene vocazione, espressione totale dell’essere umano, si segue la segreta direzione che la natura reclama, risuona nel sangue l’ebbrezza della libera spontaneità, non vi è più differenza tra libertà e necessità, si compie il destino dell’individuo[13]: vita devota alla vita. Giuseppe Capograssi, ricollegandosi alla matrice di tutte le religioni, al seme della Tradizione, ci insegna che la vera rivoluzione, nella ciclicità del suo significato profondo, non è esteriore ma interiore. L’uomo deve sì immolarsi, ma per sé stesso, non per idee imposte da movimenti o pseudofilosofie e ideologie che non hanno il fervore e la forza del pensiero derivante dall’experire. «L’umanità è una immensa ricchezza di forze spirituali continuamente condannate a sacrificarsi per fini troppo inferiori ad esse e tutti dominati dalla legge del proprio sparire e quindi della morte».[14] Qui l’Autore mostra la tragicità della condizione umana: tutti i fini sociali, compresa «la creazione di un libero regime sociale di giustizia, sono fini relativi, irreparabilmente relativi, perché alla fine sono finalità di assetti storici, di assetti sociali, che vengono a rimpiazzare assetti che li hanno preceduti, e che moriranno anch’essi distrutti da altre condizioni, distrutti dalla stessa morte, che hanno in sé come creazioni storiche».[15] L’eroico e il santo di quella energia spirituale si disperde e all’individuo non resta che il sacrificio, solo la croce. La proiezione di tali forze verso fini transeunti rende il sacrificio fine a sé stesso. Il sacrificio, comunque, ad un certo punto della sua sperimentazione, diviene per l’individuo il pretesto per abbandonarsi allo scorrere della vita, per svegliarsi dal torpore della coscienza proiettata verso il passato e verso il futuro e mai verso il sacro presente. La dissipazione delle finalità sociali, la vittoria dell’individuo sull’incanto del sociale prepara e conduce all’umano: l’individuo è costretto a scoprire le vibrazioni profonde del proprio essere, la semplicità dell’umano, il richiamo dell’infinito, che rappresenta la sua regalità e il suo destino. In altri termini, il soggetto, nel momento presente del sacrificio, scopre l’umanità, la compassione, l’amore, la carità, la preghiera, Dio. Scrive Capograssi: «Il soggetto si accorge alla fine che è andato cercando e va cercando Dio. Tutto il suo lottare e il suo sforzo per arrivare a liberarsi di tante cose è un lottare e uno sforzarsi per arrivare a scoprire in sé questo rapporto di conversione di attesa di fiducia in Dio. E questo è pure il momento in cui l’individuo, accorgendosi dell’esistenza di Dio, si accorge dell’esistenza sua, di lui, dell’individuo, e scopre in questo suo rapporto con Dio la chiave di tutta la sua storia».[16] Ecco il paradosso dello strazio e dell’inquietudine dell’individuo: tutto l’assoluto che ha inconsapevolmente cercato non è altri che Dio. L’individuo non deve rinunziare a sé stesso, deve con coraggio, eroicamente, direbbero Nietzsche ed Evola, compiere il proprio destino, realizzare la matrice del proprio essere, il dovere universale connaturale all’esistenza: la corrispondenza intima tra molteplicità ed Unità, accettando la chiamata del profondo mare del Kòsmos. La via della resurrezione passa soltanto attraverso la preghiera, quel sacrificio che è contemporaneamente «vera disperazione» e «vera speranza», espiazione ed estasi, «cosa più terribile» e al contempo canto «più soave».[17] Compiuto il dovere con sé stessi, anche esteriormente la rivoluzione è compiuta, se di rivoluzione si può parlare; per una segreta legge divina il germoglio affiora dalla terra se nutrito con cura e amore. Per concludere con le bellissime parole di Capograssi: «…bisognerebbe che ognuno, che sente il pericolo, pensasse a rieducare se stesso, la sua coscienza morale, il senso della legge morale, il senso del dovere verso la vita, il senso dell’estrema serietà della vita, nel significato più semplice ed elementare della parola. Cominciasse a pensare seriamente a se stesso, a riscoprire il suo cuore, a mettere in pratica il gran monito del libro antichissimo: omni custodia serva cor tuum, quia ex ipso vita procedit».[18] In un’epoca in cui il nichilismo ed un relativismo deresponsabilizzante e liberticida, nella loro impalpabile, e quindi ancor più pericolosa, inconsistenza, dominano le menti e le anime, come verme nascosto nel profondo delle essenze e delle coscienze, il recupero degli insegnamenti di un maestro come Capograssi, il recupero di un pensiero nato dalle smisurate altezze della meditazione, è luce che rivela il perpetuo scorrere, pulsare e trasformarsi della vita nella immanente testimonianza della continuità ontologica dell’Eterno. C’è tutta una vita da vivere e una Legge da scoprire: sia compiuto il destino. Tale la poetica della vita! [1] L’espressione è di S. Cotta, Giustificazione e obbligatorietà delle norme, Milano, 1981, pp. 128 e 131. Si veda, G. Capograssi, L’esperienza giuridica della storia, in Opere, III, Milano, 1959, pp. 287-288, dove l’A. scrive: «La natura che costituisce il contenuto del diritto naturale è proprio il fine unitario e universale della vita che è immanente a tutte le formazioni della vita concreta e costituisce l’unitario sbocco, il porto a cui tutti i movimenti portano. Il diritto naturale si chiama così proprio perché è l’affermazione e quasi si direbbe la scoperta del fine unitario e universale, che spiega la vita nella sua unità, anzi che pone la vita come direzione unitaria al di sopra delle volontà arbitrarie dei soggetti e delle passeggere combinazioni degli interessi. Il diritto naturale accompagna tutta la storia dell’esperienza giuridica perché è proprio l’affermazione consapevole del destino unitario che regge la vita e tutte le forme dell’esperienza che ne sono la determinazione, e che si formula in modo espresso, assume espressione razionale e logica e si manifesta in sistema di determinazioni logiche e ideali». [2] G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto (1937), Milano, 1962, passim; si veda anche la precisa introduzione di P. Piovani, pp. III-XXXII. Il diritto è votato a scoprire i principi, i valori, le idee umane, le idee che rendono umana l’umanità: la scienza del diritto diviene, quindi, scienza della vita. [3] P. Piovani, Introduzione, cit., p. XV. [4] In tale prospettiva l’interpretazione giuridica ha il compito di riportare la norma alla totalità: «interpretare significa accostare la norma alla vita, rendere la norma assimilabile alla vita». Per approfondire, si veda: G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto, cit., pp. 113 ss., ed anche G. Zaccaria, Il problema dell’interpretazione giuridica in Giuseppe Capograssi, in F. Mercadante (a cura di), Due convegni su Giuseppe Capograssi (Roma-Sulmona 1986). L’individuo, lo stato, la storia. G. Capograssi nella storia religiosa e letteraria del novecento. Atti, Milano, 1990, pp. 347 ss. Il corposo volume che raccoglie gli Atti dei due Convegni del 1986 è opera importante per avvicinarsi al pensiero del nostro A. [5] G. Capograssi, Introduzione alla vita etica (1953), Roma, 1976, p. 68. [6] Ivi, p. 67. [7] Ivi, p. 76. [8] Ivi, p. 84. [9] Sul pericolo degli automatismi sociali agenti sull’individuo, e sul processo di disindividualizzazione dell’individuo, si veda: G. Capograssi, Incertezze sull’individuo, Milano, 1969, pp. 88 ss. e soprattutto pp. 125-161 e 198 ss.; sui bisogni dell’individuo, pp. 200 ss. L’opera raccoglie e ripubblica saggi scritti dall’A. tra il 1950 e il 1955. [10] ID., Introduzione alla vita etica, cit., p. 60. [11] G. Capograssi, Opere, vol. III, Milano, 1959, p. 168. L’opera completa di G. Capograssi è stata pubblicata nel 1959, in 6 volumi, dalla Giuffrè, a cura di M. D’Addio ed E. Vidal. [12] Scrive Capograssi nei Pensieri a Giulia, rievocando il periodo giovanile senza fede: «Che cosa ero io?Non ci posso pensare: ero veramente un uomo finito, senza speranza e senza verità, senza regola e senza letizia, senza vita e senza amore. Ero un disertore della vita e della verità e della norma. Ed ecco che a poco a poco, per le sue vie coperte, dolci, insensibili, il Signore delle misericordie ha voluto (per prodigio della sua Carità), chiamarmi a sé: quanto ho aspettato, quanto ho patito, quanto ha lavorato prima di avere nelle sue mani, docile il mio spirito notturno!». «Avevo nostalgia dell’amore: avevo desiderio profondo e incoercibile di amore: amavo di amare, come dice Sant’Agostino. E ponevo la sede dei miei sogni, il covo del mio avvenire, non so dove, e mi fingevo nella mente qualche cosa di indefinibile, di non fissato, di sparente, un ideale che mi incantava e mi sfuggiva, che mi consolava nel pensiero e mi straziava nella vita…». [G. Lombardi (a cura di), Pensieri a Giulia, 3 voll., Milano, 1978-81, vol. III, pp. 29 e 18]. [13] Si veda, G. Capograssi, Incertezze sull’individuo, cit., p. 18 e ss. [14] ID., Introduzione alla vita etica, cit., p. 181. [15] Ivi, p. 179. [16] ID., Incertezze sull’individuo, cit., p. 207. [17] Ivi, p. 191. [18] Ivi, p. 160.
 

GLI ACQUERELLI DELLO SCIROCCO di Marcello Scurria

Il 04 febbraio 2008, Palermo è stata invitata alla Prima dell’Operapoesia “Acquerelli dello Scirocco” nella Chiesa SS Salvatore sita in Corso Vittorio Emanuele, 398.
Io sono giunto in anticipo, perché quando capisco che ci sono manifestazioni importanti – mi sbaglio quasi mai sulla qualità dell’evento – mi emoziono a tal punto da fare o troppo presto o troppo tardi. A volte sbaglio indirizzo. Sono fatto così. 
Quindi, l’auditorio era vuoto e il poeta Tommaso Romano, l’autore delle liriche, dava istruzioni sulle luci ai tecnici della ripresa e non risparmiava accenti ai tecnici. Seduto al pianoforte in redingote, come potevo sbagliarmi, provava in sordina il pianista Alberto Lo Cicero. L’autore delle musiche, il compositore Mario Modestini, invece era tutto dedito alla pubbliche relazioni. Io conosco lui, ma lui non conosce me. E va bene così. La sala andava gremendosi e anch’io approfittai per salutare i miei amici che mi chiedevano di Tommaso Romano, perché ho pubblicato un saggio su “Le Cose dell’Uomo ovvero la poesia di Tommaso Romano” che dimostra quanto fosse giusta la mia spontanea irrequietezza di genuina agitazione.
Lui, era lì, seduto sotto l’altare, sotto la grandissima cupola ovale affrescata, accanto le pissidi e le patene e l’ostiario, sotto le luci dei riflettori che illuminavano l’intervista in corso del giornalista, microfono in mano e telecamera professionale dell’operatrice semovente. Cioè, una situazione che mi affascina e che vorrei deputata soltanto alle persone giuste nei posti giusti, proprio come è l’ingegno multiforme e poliedrico del Poeta Tommaso Romano.
I due microfoni sono innanzi la platea, al centro della scalinata. Attendono la lettrice, la palermitana e bravissima Stefania Blandeburgo e la cantante Giorgia Meli, classe 1979, cioè ventott’anni portati benisssssimo e una voce capace d’intonare dal soprano allo swing, passando per vocalismi molto vicini agli armonici, difficili da tenere, con alzate d’ottava in crescendo ma anche improvvise fino al falsetto e passaggi in eccedente da far venire i brividi. Brava! Brave! Bravi tutti!
La (favolosa) serata è il frutto di un’attentissima preparazione della “Compagnia delle Sedie Volanti” alla quale ha dato la sua voce maschile il lettore Umberto Cantone, un attore famosissimo che è tra i fondatori dello Stabile di Palermo e attualmente il vicedirettore del Teatro Biondo. 
Intanto, noi che entriamo possiamo approvvigionarci di libretti, saggi e schede di prenotazione. Occhio e croce ci sono quattrocento posti a sedere e alla fine della recita, mi rendo conto che c’è gente che sta in piedi e che tanti hanno occupato i gradini disponibili a sostenerli.
Questo prologo è indispensabile perché ciò che scrivo ha estremo bisogno di un’ambientazione, di una sorta di sceneggiatura che faccia intuire al mio lettore che il tempo, il ritmo e la recitazione, hanno cambiato l’egemonia del tempo e dello spazio, che si è modificato in esperienze icastiche differenti, dove l’opera d’arte è tanto il soliloquio nel cronotopo dell’attore, quanto il complessivo estendersi del ritmo che cambia la parola, che abbisogna addirittura di improvvisarsi in versi che non leggiamo nel libretto e che trasfugano insieme alla colonna sonora, o che s’intonano nell’unisono o che si compulsano fino all’eccedenza di una locria o si aprono all’infinito di un accordo maggiore che non c’era durante la lettura solipsistica, forse neanche esisteva nell’originario spartito di Modestini ma che la calzante voce della Meli incalza e insegue fino a trasfigurare il testo. 
Beh, bisogna avere corde e dita, e scusate se è poco. Perché bisogna leggere quanta atmosfera si è creata e ricreata, quanto feedback si sono materializzati per dissacrare l’ordine precostituito di quest’Operapoesia che è come una pennellata dolce, d’acqua come l’acquarello, al qual non è possibile correggere i tratti, perché gli Acquerelli dello Scirocco sono come paganini, non ripetono.
Vi confesso la mia soddisfazione ad avere scritto questo paragrafo tutto di seguito e che lo leggiate tutto d’un fiato, perché il movimento del pennello che striscia&colora e accarezza la tela è nello spettacolo di questa Prima, dedicata a chi è capace di intenderlo e non soltanto ai più che sono capaci di apprezzarlo. Ci vogliono orecchie per sentire ciò che può essere un possibile quadro per chiunque voglia usare testi musica, poesia e forza espressiva per dipingerne uno all’istante.
Avete mai sentito strisciare un pennello d’acquerello? Beh, la Blandeburgo l’ha detto e io, modestamente, ho visto il metaforico pennello mentre colorava la tela di un folgorante calendola.
Questa Prima, fa la differenza. Anzi, ne fa molte, perché è la Prima Tela che si dipinge con le parole, la cui forza è disarmata; è la Prima Operapoesia con suoni e le ambientazioni che naturano lo spartito musicale fino a definire la morfologia della manifestazione in sé, dove la potenza creativa è una filogenesi che si evolve nel tempo e nello spazio di un “fa” martellante, metronomico che salta come un elettrone il campo quantico della materia per modellarne un’altra, esattamente come il “fa” salta fino al “fadiesis” per diventare una altra cosa.
Gesù disse che ci vogliono occhi per vedere e orecchie per sentire. L’Operapoesia rende benissimo la opera-creta alla quale si alita la poesia-vita. Quindi, Operapoesia sinonimo di Anima-Corpo.
Ci vogliono decenni per scrivere liriche come sa fare Tommaso Romano; decenni per suonare il pianoforte come Alberto Lo Cicero; decenni per recitare/leggendo come Umberto Cantone; decenni per trasfigurare il testo in emozioni come sa fare la Blandeburgo e decenni per cantare come la giovane Meli che sembra una “enfant prodige” sebbene non lo sia, perché canta da quando ebbe quattro anni ed altri venticinque ne sono trascorsi di studioso talento per farla sedere alla tavola rotonda della “La compagnia delle Sedie Volanti.” 
Una manciata di artisti (ergo: nel senso che la quantità è di tutti, mentre la qualità, è invece di pochissimi) capaci di produrre qualità e dare incontestabile risalto al valore assoluto della bellezza, essendo, in verità, Bello ciò che è Bello e non, come erroneamente si crede, ciò che piace. Quindi, la Compagnia delle Sedie Volanti, la cui arte è spasmodica ricerca della perfezione. Uomini e cose in posa antagonista contro i canoni della riproduzione che svilisce la poesia, isola il canto in isole mercatali, tradisce la musica e ferisce, fino ad ucciderla, la parola. Invece di credere che questi elementi tutti insieme non possono convivere e interagire fino all’invenzione di un Genius Loci, la Compagnia delle Sedie Volanti in gli Acquerelli dello Scirocco provano il contrario dissacrando il presente commerciale creando qualità, esoterismo, sicilianità, amicizia, storia romana, cristianesimo e soprattutto modernità. 
Cioè, l’immaginifica e superbamente icastica tela, simile a un miraggio che promana dai versi, dalla musica, con la recitazione e le parole disarmate. Come colpi di pennello all’intellighenzia, signori e signore, gli Acquerelli appunto; …dello Scirocco perchè siciliani, cioè caldi, caldissimi di virtù, pieni d’umanesimo e d’amicizia, di colori e profumi d’aromatario. E scusate se è poco. 
Quindi, se siete pronti a volare sopra le vostre sedie magiche come tanti baroni di Munchausen, allora, e vi prego di verificare riascoltando il cd, dovreste chiedervi se gli “Acquerelli dello Scirocco” dall’inizio alla fine della concertazione, sono o non sono il prodotto di una sperimentazione che risolve nella materializzazione di un disegno cosmico? Ebbene io credo di sì. Anzi, sì, sì, decisamente sì. 
Un graffio alla tela, comunque, mi è dovuto. Mi è scappato il pennello graffiando l’encausto. Ma è colpa mia e me ne assumo la responsabilità. 
Siccome credo di avere capito bene, allora avrei deciso per una concertazione interattiva del palinsesto fino al parossismo dell’ordine, fino all’omeostasi che strabilia nell’esaustione di tutti gli attori e di tutti gli elementi in gioco che creano il cielo nella stanza; una continuità senza soluzioni che sia la filogenesi formante il Cielo sugli Acquerelli, capace di racchiuderli e di contenerli proprio come un panorama davanti agli occhi è delimitato dall’orizzonte planetario. Dunque una tela che a mano amano si colora di pensieri mentre gli unici a stare fermi siamo noi, spettatori trasmutati, ognuno col proprio cielo acquerellato di creatività personale e talento interagente degni di miracoli! Disse Miguel de Cervantes facendo parlare l’iperuranio della fedeltà nei sogni: <<Se un cavaliere errante diventa pazzo per un qualunque motivo, grazie tante! Il bello sta ad impazzire senza qualche motivo!>>
E la Compagnia delle Sedie Volanti disse: <<Che siano Acquerelli, gli Acquerelli dello Scirocco!>>
C’è ansia dell’attesa, nell’aria. L’aria, però, è buona perché a Palermo, alle h.21,00 c’è poco traffico: è l’atmosfera calda-umida del clima mediterraneo dai toni michelangioleschi del Giudizio Universale imbibiti di salmastro e Stupor Mundi.
C’è ansia nell’aria; è l’ansia della prima Operapoesia. 
C’è ansia nella gente. La gente la porta con sé. Sono secoli ormai, che la gente si fa guardare come se gli altri fossero uno specchio sul quale riflettersi. Ma noi ci piacciamo. Loro ci piacciono: il frac, i vestiti serali, la giovinezza e l’eleganza che l’incarna di femminilità siciliana, la classica austerità di Tommaso Romano che sprizza passione appassionata d’essere e dell’essere, l’impertubabilità di Mario Modestini, gli esercizi in sordina di Alberto Lo Cicero, tanto per sgranchirsi. Noi non le vediamo, ma nascoste da qualche parte all’interno dell’abside ci sono quelli vocali di Giorgia Meli e Stefania Blandeburgo e Umberto Cantone rispettivamente la cantante e la lettrice e il lettore che metteranno le ali alle “Sedie Volanti.”
C’è ansia nell’aria, perché la sala è piena e ancora non si comincia... finché entra a passo di fata Stefania Blandeburgo in abito da sera nero, scintillante di strassi. 
<<Il tempo era illuminato>> dice a tutti noi, in quel modo caldo e vivo da preludio gentile all’orecchio che sa ascoltare fino al sublime della lirica. Mentre legge Tommaso Romano, Stefania fa pause, ci sta preparando all’ascolto totale. Anche la platea ha i suoi difetti, che tra l’altro sono sempre gli stessi fino alla meta di zolla/ che attende sole.
Pausa. Il testimone passa alla cantante:
<<Il tempo era illuminato>> canta e replica Giorgia Meli, con note arabescate che elongano sul pentagramma la parola melomane, disarmata ma sottomessa all’armonia della composizione. Infatti, essa indietreggia o avanza come un refuso scientifico per intonarsi al ritmo del destino che più affascina quanto meglio il verso si armonizza con lo spartito: ingrigite atmosfere/ e carbonare ombre canta Giorgia Meli plasmando la parola al ritmo degli Acquerelli. Siamo all’inizio e questo mondo è ancora un cibreo di terra e fango, duro e ostico.
Breve pausa
<<La bambina di via d’Ossuna>> legge a tutti noi Stefania Blandeburgo, la vita che già fu di Eva e che ora /.../ gioca al fuoco al sole e al fumo/ sporca le mani d’alabrastro/ e pare aspettare/ la cometa che appare ogni secolo/…
Breve pausa
<<La bambina di via d’Ossuna>> canta e replica Giorgia Meli. Dopo la creazione primigenia, la vita è cresciuta fino alla gioia di una spensieratezza ludica uguale al paradiso. La sua voce bambina, è un canto libero che scorrazza come un genio. Giorgia Meli prende le note al volo, le respira e le colora di nuance sonore. Alla fine, pennella parole che appaiono sulla sala come una cometa di salvazione.
Breve pausa
<<Scheletri d’alberi/nel cammino di nebbia/.../S’arresta appena la vita/…>> ci legge Stefania Blandeburgo. Ha nodi in gola, piange il paradiso perduto, parla per farci sentire che voce ha il peso del peccato /.../ nell’inverno del cuore. Una voce concreta che sublima la sconfitta, come seconda dal baratro che fa eco alle corde vocali affrante e come si evince dalla sinottica ipotiposi dei gesti lamentosi.
Breve pausa
<<Lacrima/ suono liquido di chitarra/ che si perde/ nel mare di Lisbona/>> è il commovente sfondo dell’indefettibile amicizia che lega il poeta Tommaso Romano al compositore Mario Modestini a cui dedica la lirica dal titolo Acquerello Lusitano. Una lirica letta prima e cantata dopo che conclude il primo perielio dei canti. Anche le musiche concludono l’orbita di questo primo giro galattico con Alberto Lo Cicero che chiude in maggiore e tutta la platea volge lo sguardo verso l’Infinito.
Applausi. Stefania Blandeburgo si siede. Giorgia Meli, invece, si allontana ed esce di scena. L’auditorio SS Salvatore si placa sull’allure di Umberto Cantone diretto al primo microfono al quale si accosta pensoso. Sulle labbra gli leggo un segno di timore riverenziale. Il momento è fatidico.
E tuona con un voce rugosa ma suadente, calda ma distaccata: <<Viaggio Al Centro del Mondo>>.
La colonna sonora eseguita da Alberto Lo Cascio sottolinea la drammaticità del contesto, ma il movimento di membra e di imbarcazioni necessitano di dinamismo, e il ritmo di fa andante.
E’ il titolo della lunga lirica del poeta Tommaso Romano, ma anche il momento del monologo di Umberto Cantone che si trasfigura in un Sùpero, nel Demiurgo che brandisce una spada di fuoco per interrogare e una stadera nell’altra per ascoltare. A volte, il tono è implacabile perché sente la responsabilità di un compito eletto -è l’unico assolo della compagnia Sedia Volante - che a tratti si addolcisce senza perdere l’onniscienza della narrazione che si mantiene propriocettiva. 
E’ la storia di una antica guerra, una punica, dove i Romani sconfiggono Cartagine costringendo i sopravvissuti a fuggire dalle sirene /.../ quando La notte avvolgeva in un manto di porpora nera/ pianti di lutto e occhi di paura/ l’acqua inghiottita veloce/ fiele di rancorosa sconfitta/ e sangue d’onore perduto./
Quindi Umberto Cantone trasfuga, passando senza disdoro del demiurgo, a descrivere il tempo della sventura, resa ancora più amara dalla crudeltà della natura che non ha compassione per i fuggitivi. Natura, ovvero ente assoluto, più divino e oltre il narratore onnisciente che nulla può sul mondo come lo impone Dio:/.../ Scorrevano lente le ore/ al Sole che passa la mano alla Luna/ col libeccio ed i lampi/ saette di luce d’érebo,/ .../ finché in trentatré (numero biblico ed evangelico) raggiunsero Il Centro del Mondo, un ombelico di violenza che il travaglio del viaggio trasforma in Spirito di Pace, proprio come ci auguriamo tutti noi, ancora argonauti in cerca della Grazia del Padre definitiva e in eterno, luminosa.
Applausi. Veramente bravo. Quel berretto come l’elmo di un marinaio ancora sulla testa, forse Umberto Cantone ha dimenticato di toglierlo, perché lui come i marinai ha raggiunto la terra promessa.
A questo punto, le note del pianoforte echeggiano nuovamente nell’auditorio, da sole. Non è ancora una vera e propria colonna sonora, ma una ouverture che segna l’abbrivio del nuovo ciclo in catabasi. Quindi, l’Universo caduto risale dal centro insieme al suono martellante di un “fa” anacruso, picchiettato sulla tastiera come i passi che segnano di orme il cammino della rinascita. Sono passi anacoluti, cioè privi del necessario nesso logico-sintattico con un precedente costrutto, che eccedono la normalità delle cose esattamente come sottolinea il canto della Meli che elonga vocali e sillabe in unisoni eccedenti. Simbolicamente sono catacresi musicali, specie di metafore per cui il significato di una cosa si estende ad un’altra. La serie di simboli si materializza in platea e noi “vediamo” la traccia colorata del pennello scivolare sulla tela come la nota eccedente o la vocale elongata: Non si chiude/ La Torre imperlata di cobalti e cristalli/ nel pianoro verdognolo paludato di fiele/ ingorgato di viscide serpi/ di umanoidi cangianti. C’è svolta, c’è cambiamento, /gli squarci trasudano fuoco purificato./
Pausa.
<<Sta il gatto bianco/ all’Acquasanta/ scruta e controlla/>> ci legge Stefania Blandeburgo la lirica dai toni rinati e gioiosi. Veste il verso come il gatto di Charles Perrault mise gli stivali, miagolando la parola che così, si trasfigura in favola. Bravamente (il gatto) s’addormenta e si risveglia/ vigila all’erba/rimanda il sognare/ perché già sogna./
Breve pausa
<<Landa in cor s’ode/>> è il primo verso del Madrigale letto e cantato che apre la fase delle successive improvvisazioni. Non una jam session, ma diversi gradienti musicali dal leggero all’austero, dall’andante al grave. Stefania Blandeburgo e Giorgia Meli si inerpicano e scendono, si posano e si lasciano trascinare anima e corpo nei tempi dispari del Madrigale un pò classici, un pò settecenteschi e un pò sacri, come colpi e spruzzi di vernice colorata sulla tela ormai, quasi completata.
Breve pausa
<<Il mistero degli aromatari/ alberelli e alambicchi/ odorosi d’erbe e di spezie/>> legge e recita Stefania Blandeburgo fra gli ampi gesti di una semina che inonda di profumo la sala. L’auditorio, lo leggiamo sugli opuscoli, sa che il concerto volge alla fine, che le Sedie Volanti s’apprestano ad atterrare.
E’ trascorsa circa un’ora di arte sublime e manca soltanto di innestare gli Acquerelli dello Scirocco nella sua cornice, perchè come non c’è arte senza anima, non può esserci un quadro senza cornice. Disse il grande Pablo Picasso: <<Un quadro senza cornice è come un’anima senza corpo>> E l’aroma si sparge per l’auditorio. Tutti ci affrettiamo a respirare a pieni polmoni l‘ambrosia che aleggia come polline lanciato nell’aria dall’unisono perfetto di Giorgia Meli e Alberto Lo Cicero: Il mistero degli aromatari alberelli e alambicchi odorosi d’erbe e di spezie in liquidi colori alchemici, il Talmud che s’apre:/ E dall’unisono, improvvisamente il tempo (musicale) cambia in swing, risaltando altri due bellissimi versi subito swingati da Giogaia Meli Sono note allegre e, quindi, la struttura dello spartito è varia. I versi che incantano dichiarano lo scopo dell’opera: se vuoi vedere l’invisibile,/ comincia ad osservare/ a occhi aperti il visibile / sulla via delle sedie volanti /. 
Certo, ne siamo consapevoli, più che soddisfatti per la professionalità degli artisti che ci lascia basiti, come la musica di questo Mistero che letteralmente turbina, irrompe in feedback, svisa al seguito dei profumi remiganti e pollini sparsi come amori occultati al sole/ a cercare qualità. Quest’ultimo verso non esiste, ma è raccolto nell’aria da Giorgia Meli che lo canta di nuovo all’unisono, bellissimo. Questo degli aromatari è un mistero giocoso, divertito e divertente. Leggendo lo spartito, forse è proprio un bel girotondo: C/A/B/A/C/
Applausi a spellamano.
Ora che si è conclusa la rappresentazione, è il momento del poeta Tommaso Romano che è più emozionato di tutti noi e parla con la carica umana che lo contraddistingue, senza false modestie, ma con l’umiltà di Chi ha fatto di tutto per essere il migliore. E grazie a lui, Palermo con le sue coppole e i suoi carabinieri, è già migliore. 
Gli Acquerelli dello Scirocco hanno sublimato la bellezza, sono penetrati fino al centro del mondo, hanno dipinto scie di comete, hanno costruito amichevoli grattacieli e hanno seminato la Terra di epifanie e di primavere. Amore Siciliano. L’apoftegma di quest’opera è nel valore assoluto della bellezza, perché il Bello salverà il Mondo ed è bello ciò che è bello e non ciò che piace.
 

“La cultura assorbita dall’economia: Business o sicurezza dell’arte?”

Nel prestigioso salone Convegni del Castello Utveggio a Montepellegrino come service del Club Kiwanis Panormo si è discusso il 23 Febbraio 2008 dalle ore 16,00 sul tema delle mostre itineranti dal riferito titolo significativo. Dopo l’apertura dei lavori da parte del Presidente Prof. Aldo Leone la Prof. ssa Maria Concetta Di Natale della Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo ha svolto la sua particolare ed accurata relazione sui “Criteri scientifici per la conservazione delle opere d'arte decorative”. Il Dott. Michele Casarubea, Socio del Club, ha affrontato il tema dei criteri di inamovibilità proposti dalla legge regionale e delle scelte delle opere in alcuni casi opinabili per le sviste ed omissioni. È seguita la relazione della prof.ssa Wanda Cortese della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo su “La funzione dei musei e le mostre quale strumento di fruizione dei beni culturali”, che ha prospettato un equilibrio e una selezione attenta delle richieste. Sul dibattuto tema di “Il trasferimento delle opere d'arte. Autorizzazioni e prescrizioni da parte degli Uffici preposti alla tutela dei beni artistici” e in risposta ai quesiti sorti dal dibattito hanno dato una esauriente panoramica della normativa e delle decisioni adottate in specifici casi la Dott.ssa Adele Mormino, Sovrintendente alle Belle Arti di Palermo, e la Dott.ssa Giovanna Cassata, Dirigente Servizio Beni Artistici Sovrintendenza di Palermo. Su “Il ruolo del volontariato nella tutela e salvaguardia dei beni culturali” il Prof. Ing. Nino Vicari, Presidente della Fondazione Salvare Palermo, ha illustrato gli interventi operativi specifici dell’Associazione in opere di restauro e conservazione. A conclusione dei lavori il prof. Carmelo Fucarino ha attirato l’attenzione sulla soggettività e provvisorietà delle scelte delle mostre tematiche non solo in Sicilia (caso Trapani), ma anche in campo internazionale, a partire dal Moma di New York al Prado, con gli scioccanti aloni lasciati alle pareti da dipinti itineranti in altre capitali, irridono i visitatori con assoluta mancanza di rispetto. Ricordata la vexata quaestio della funzione del Museo come luogo di conservazione della memoria nazionale nel suo habitat naturale, in ossequio al tema del convegno, ha proposto all’attenzione degli addetti ai lavori le sconvolgenti osservazioni nell’intervista “Se il museo è un luna park” (La Repubblica, 1.2.08), fatta da Fabio Gambaro, a Jean Clair che nel suo polemico pamphlet Malaise dans les musées si occupa della inutilità di questi tour e della drammaticità della situazione museale. Sulla scia dell’affermazione «La deriva mercantile trasforma l’arte in spettacolo e i musei in luna park», ha ricordato il recente accordo siglato tra Abu Dhabi e il Louvre, che in cambio di 700 milioni di euro affitterà nome e diverse opere al neo-museo dell´emirato. “Questo progetto dissennato è solo la manifestazione più spettacolare di una trasformazione radicale in corso dappertutto in Europa in nome della redditività dell’arte… I musei stanno diventando cenotafi, involucri vuoti, le cui collezioni sono in giro per il mondo. Per ora in affitto, ma presto potrebbero anche essere messe in vendita”. Nonostante ciò il Museo Guggenheim di New York, simbolo di questa degenerazione mercantile, si trova in difficoltà economiche e la sede di Bilbao funziona, ma più per l’edificio disegnato da Gehry che per le opere esposte. Le grandi case d’aste determinano ormai il mercato, Christie´s o Sotheby´s, e non esiste più la relazione di fiducia tra il collezionista e il gallerista con acquisti telefonici ed anonimi. “I giudizi della critica sono ininfluenti in una realtà dominata dagli investimenti speculativi”, come insegnano le enormi collezioni della Deutsche Bank. Non meno illuminante è l’analisi da New York di Alberto Arbasino, “Il brutto nell’arte trionfa a New York” (La Repubblica, 12 febbraio 2008) sul proliferare di musei e mostre di arte moderna, con “rifiuti da Museo, spazzatura firmata e commentata”, “da quando i mercanti e i recensori non sono più antitetici ma associati nel business, il giudizio critico appare sostituito da apologie e panegirici di ‘valori’ in dollari che vanno gonfiandosi in ‘bolle’”. L’occasione di questa sua aspra polemica, secondo il suo stile dissacratorio, il trasloco sulla Bowery del New Museum di New York e la succursale della Mostra-Mercato di Basilea a Miami.
 

RICORDO DI ENZO FRAGALA'

enzo fragala

 

La tragica e inumana scomparsa per mano barbara e violenta, dell'on. avv. Enzo Fragalà avvenuta a Palermo, segna la indelebile commozione della grande famiglia di Casa Thule, della Fondazione Thule Cultura, degli Autori e Amici di Tommaso Romano, che gli è stato quarantennale amico ed editore del suo prezioso libro "Il pensiero politico di Michele Amari" (Thule 1975) Dirigente politico del FUAN, del MSI-DN, di AN e del PDL, deputato per tre legislature, più volte consigliere comunale di Palermo, avvocato penalista di grade qualità, uomo di interessi ampi e di cultura viva, sempre interessato e partecipe al mondo culturale, fu socio e dirigente dell'Empire International club e proboviro negli anni ottanta del novecento, fondò la libreria L'Italiano e collaborò con Piero Romualdi, Pippo Tricoli e Guido Lo Porto nel traghettamento verso la Destra liberale e democratica.
Uomo aperto, sempre positivo e gioviale con tutti, resta un esempio di apertura verso una più civile convivenza. Alla famiglia le più sentite condoglianze, sapendo che Enzo ci mancherà per sempre e sarà, da gentiluomo quale era e da squisito Amico, irripetibile e insostituibile. (Tommaso Romano)

 
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