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Piero Vassallo, “Memoria e progresso”, prefazione di Giovanni Zenone, Collana filosofica della Casa editrice Fede & Cultura, tel. 045-941851, Verona 2009, pag. 184, euro 18.

Formato alla scuola del cardinale Siri e nutrito dalle opere di Fabro, Gilson, Livi, Petruzzellis, Sciacca, Innocenti, Del Noce, Composta, Del Vecchio e De Tejada, Piero Vassallo, prima che storico  della filosofia, è un cattolico intransigente, un assiduo disturbatore della quiete progressista. Irriducibile testimone della tradizione perenne, sopravvive senza compromessi all’emarginante ostilità della sinistra e della falsa destra.

Nelle sue opere, che Tommaso Romano giudica segnate da “lucentezza d’analisi e da fiammeggiante pensiero”, è sviluppata una strategia culturale intesa a confutare il pregiudizio secondo cui il progresso sarebbe la fondazione di una nuova società sopra le rovine del passato e a restaurare l’immagine della dottrina che, nel progresso vede il risultato del continuo perfezionamento delle leggi stabilite dalle generazioni che si susseguono.

Scritta per dimostrare ancora una volta e con nuovi argomenti la radice tradizionale del vero progresso e per descrivere il rovinoso risultato del progressismo, “Memoria e progresso”, ripercorre la storia del deragliamento gnostico della filosofia dopo Cartesio e ne indica un possibile opposto esito nel tomismo rinascente.

Di qui le dure ma convincenti pagine critiche dedicate all’ombra della gnosi spuria distesa sulla filosofia di Hegel; al paradossale percorso della filosofia ultima (di Nietzsche, Heidegger, Bataille, Sartre, Guénon, Evola, Benjamin, Bloch, Taubes ecc.); all’incertezza che costringe Emanuele Severino ad aggirarsi tra la smisurata ontologia di Parmenide e l’incuboso nulla di Leopardi; alla lucida e tempestiva previsione sciacchiana intorno all’esito irrazionalista del razionalismo e le pagine che indirizzano alla lettura dei filosofi cristiani che hanno superato le strettoie della languente modernità.

Gli autori raccomandati da Piero Vassallo e censurati dall’inquisizione laicista hanno smentito le calunnie all’essere e bloccato quelle staffilate alla razionalità, che costituiscono il disonore dei maestri del sospetto e dei pensierobebolisti oggi assisi sulle malferme cattedre della banalità sproloquiante. 

Interessante e attuale (considerato il vuoto mentale che purtroppo avanza nell’area della destra conformista) è anche il capitolo in cui il cesarismo vichiano è rivisitato e rivalutato quale rimedio agli inganni messi in atto della lugubre oligarchia soggiacente all’assolutismo democratista.

Prima di approdare al tomismo essenziale, Vassallo ha iniziato, sotto la guida dell’esoterico Evola, il lungo e difficile cammino nella proibita regione dell’antimoderno. Oggi che la modernità ha attraversato la desolazione relativista per approdare al totalitarismo della dissoluzione (magistralmente descritto da Del Noce) l’antimoderno esce dalle conventicole e, liberandosi degli errori d’inizio, si afferma quale unica condizione di un futuro migliore.

Il plesso fides et ratio, fino a ieri simbolo dell’inattualità, rientra a pieno titolo nell’orizzonte della speranza. Efficace rimedio al nichilismo, che avvelena la chiacchiera intorno alla festa consumistica, è, infatti, la riscoperta attiva e dinamica della tradizione perenne.

Prezioso nutrimento della speranza e della fiducia nel binomio tradizione-futuro, l’opera di Vassallo conferma la verità della tesi formulata dal grande erudito Francisco Elias de Tejada: “la posizione che suole contrapporre la tradizione al progresso è assurda. Giacché non esiste progresso senza tradizione né tradizione senza progresso”.

 
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