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Piero Vassallo - VICO E IL FUTURO DELLA METAFISICA

L’estinzione dell’ipoteca accesa dai neoidealisti Croce e Gentile, sulla Scienza Nuova fu uno fra i più importanti successi conseguiti dai pensatori cattolici durante la prima metà del Novecento. Lo comprese puntualmente un valido esponente della scuola di mistica fascista, Nino Tripodi, il quale, in un saggio edito da Cedam nel 1941, stese un accurato bilancio delle ricerche condotte dagli studiosi anticonformisti (Giorgio Del Vecchio, Emilio Chiocchetti, Santino Caramella, Francesco Amerio, Carmelo Ottaviano, Francesco Orestano) che avevano rivendicato l’ispirazione cattolica e l’ortodossia di Vico. In quell’occasione, Tripodi poté stabilire, senza tema di smentita, che nella mente di Vico “Fu perenne la distinzione tra la sostanza divina e quella delle creature, tra l’essenza o ragion d’essere di Dio e quella delle cose create, come fu perenne e inequivocabile la inintelligibilità di Dio se ricercata nel mondo bruto della natura anziché in quello della storia, nella quale la Provvidenza si manifesta chiamando gli uomini a collaboratori della divinità”. La conclusione di Tripodi era risolutamente opposta alle tesi di Croce e Gentile: “Vico non può essere idealista perché la sua filosofia impugna Cartesio e fa impugnare in Kant gli iniziatori delle dottrine costruite unicamente su di una realtà interiore”. Dal suo punto di vista, Gramsci aveva peraltro riconosciuto la differenza esistente tra Hegel, “che non può essere pensato senza la Rivoluzione francese e Napoleone”, e Vico, relegato “in un angoletto morto della storia”, cioè “la differenza tra dio [lettera iniziale minuscola, nel testo] e Napoleone – spirito del mondo, tra un’astrazione remota e la storia della filosofia concepita come sola filosofia che porterà all’identificazione sia pure speculativa tra storia e filosofia, del fare e del pensare, fino al proletariato tedesco come solo erede della filosofia classica tedesca” . Nella seconda metà del Novecento, grazie al contributo geniale di autori quali Michele Federico Sciacca, Francisco Elias de Tejada, Augusto Del Noce, Nicola Petruzzellis, Rocco Montano, Marino Gentile, Antonio Livi, Emanuele Morandi, Pier Paolo Ottonello, Maria Adelaide Raschini, Primo Siena, Giovanni Torti, Paolo Caucci, Sergio Fabiocchi, Enzo Randone, Francesco Botturi e Tommaso Romano la cultura cattolica prevalse definitivamente nel confronto con il neoidealismo, che si era, intanto, allineato al potere gramsciano. Ultimamente le scuole cattoliche, quelle che sono felicemente uscite dalla parentesi progressista, hanno assunto il compito di accertare in quale misura il recupero di Vico, ingente e preziosa conquista del Novecento, può sostenere la presenza della metafisica nel nuovo scenario, che è allestito dal nichilismo intento a stabilizzare la decostruzione postmoderna del pensiero. Ora gli elementi indispensabili alla formulazione di una seria risposta alla domanda sull’attualità e fecondità del pensiero vichiano, si possono trovare nell’eccellente e aggiornato saggio vichiano di Moisés Biondi, un giovane e geniale ricercatore d’origine italiana, che vive e insegna in Brasile. Grazie ad una lucida e per tanti aspetti innovativa lettura dei testi vichiani, lettura confortata dai risultati di una faticosa escursione nella sterminata bibliografia di riferimento, l’autore ha svolto una convincente riflessione sull’attualità delle obiezioni di Vico alla filosofia cartesiana. L’opera di Biondi apre una finestra sul futuro della metafisica perché costituisce l’indiretta conferma alle tesi di Bataille e Kojève, secondo le quali il nichilismo discende dal vertice speculativo della modernità, l’asse Cartesio-Hegel. Di conseguenza il primo risultato dello studio di Biondi è la certezza che non ha più fondamento e giustificazione la tesi secondo cui la fine della metafisica e la decostruzione della logica sarebbero le inevitabili conseguenze del disfacimento delle filosofie dopo Cartesio. Le ragioni seminali della catastrofe postmoderna, infatti, si trovano proprio nel pensiero moderno. La disfatta del pensiero è il risultato della modernità non la sua negazione. Il saggio di Biondi, pertanto, incoraggia a leggere la Scienza Nuova come il vero preambolo alla rinascita della metafisica. Si può osare tanto perché Vico ha dimostrato che l’irrealismo cartesiano, screditando la corporeità, il senso e la fantasia, e negando il valore della storia, ha impoverito e sfigurato l’umanità, respingendola nel vicolo cieco dell’albagia pagana e del nichilismo. Al proposito dell’indirizzo regressivo del pensiero moderno, Biondi mette avanti un’acuta e decisiva osservazione: “L’uomo cartesiano pecca di quell’astrattismo intellettualistico di cui peccava l’uomo pagano e si impoverisce in un angelismo tanto irreale quanto pretenzioso”. L’intellettualismo cartesiano, in definitiva, rappresenta il riflusso delle vuote illusioni intorno alla sapienza risposta in quelle rozze fantasticherie che, nell’antichità, alimentarono la boria delle nazioni pagane, nell’età moderna accreditarono le mitologie intorno al buon selvaggio, nella fase postmoderna si rovesciano, infine, nelle diffuse malinconie del decadentismo e del tradizionalismo spurio. L’albagia trasse in inganno gli intellettuali pagani, inducendoli a fraintendere, idealizzare e esaltare le testimonianze dei primitivi. Di conseguenza la mitologia, diario dell’umanità decaduta a causa del peccato originale, fu interpretata come descrizione dell’età dell’oro. La barbarie primitiva diventò l’oggetto di quel culto dell’età aurea, che dominò tutte le mitologie pagane prima di tradursi nella paradossale giustificazione del comunismo da parte del Platone caduco: “Platone perdé di veduta la Provvedenza quando per un errore comune delle menti umane, [...] innalzò le barbare e rozze origini dell'umanità gentilesca allo stato perfetto delle sue altissime divine cognizioni riposte (il quale, tutto al rovescio, doveva dalle sue 'idee' a quelle scendere e profondare)”. La prima e fondamentale risposta vichiana a Cartesio e alla modernità risiede, pertanto, nella decisione di uscire dalle strettoie dell’intellettualismo – dall’albagia pagana - per ricomporre la reale immagine della natura umana: “L’uomo di Vico è l’uomo della tradizione cristiana, la quale ha scoperto l’uomo nella sua concretezza: passione e ragione, corpo e spirito, naturale e soprannaturale”. L’inclinazione dell’uomo al soprannaturale, deviata e mortificata dall’angelismo cartesiano, nel pensiero di Vico diventa il principale argomento della confutazione dell’errore diffuso dai razionalisti moderni. Nel commento al passaggio cruciale della Scienza Nuova. Biondi, infatti, precisa che, riconoscendo il suo destino soprannaturale, l’uomo è sottratto alle chimere generate dalla boria delle nazioni. "Dobbiamo cominciare da una qualche cognizione di Dio, della quale non sieno privi gli uomini, quantunque selvaggi, fieri ed immani. Tal cognizione dimostriamo essere questa: che l'uomo, caduto nella disperazione di tutti i soccorsi della natura, desidera una cosa superiore che lo salvasse. Ma cosa superiore alla natura è Iddio, e questo è il lume ch'Iddio ha sparso sopra tutti gli uomini." Il fiducioso abbandono ai soccorsi della religione solleva l’uomo dal compito impossibile e grottesco di esaltarsi tirandosi in alto per i capelli: “L’uomo non è assillato dal problema della sua nobilitazione, la quale, siccome si attua nella soprannaturalità, non ha bisogno di soppressioni e mutilazioni della natura” com’è invece richiesto dalle filosofie – pagane e moderne - che non ammettono un orizzonte superiore a quello della mente umana. In accordo con l’esatta definizione di uomo concreto, Vico ha elaborato una teoria della conoscenza che, per un verso, ammette l’azione provvidenziale del sentimento poetico, per l’altro stabilisce il nesso tra conoscenza e causalità, offrendo un decisivo e finora sottovalutato contributo alla rifondazione della scolastica. Da questo punto di vista il realismo della Scienza Nuova rappresenta il superamento del formalismo tardo – scolastico e perciò segna la nuova frontiera della philosophia perennis. Fino alla restaurazione del tomismo attuata da Cornelio Fabro mediante la riabilitazione della feconda eredità platonica e agostiniana nella filosofia di San Tommaso, l’insoluto problema della scolastica era costituito dall’analitica dell’essere, camicia di Nesso cucita intorno alla filosofia dal divieto, posto da Parmenide ad “Affermare” sostiene appunto Fabro, “che l’essere diviene e che il divenire ha realtà di essere, che il molteplice ha la verità dell’essere ovvero che la causalità ha una propria verità di essere”. Fabro sostiene, pertanto, che tutte le filosofie dell’immanenza, discendendo dall’analitica dell’essere “Sono costrette a respingere la causalità nella misura in cui affermano l’unità dell’essere, ed a ignorare l’essere nella misura in cui affermano la causalità”. Per uscire dall’incantesimo dell’immanenza, secondo la magistrale lezione di Fabro, occorre che il primo movimento del pensiero sia costitutivo e illuminante dell’intero cammino dello spirito e perciò condizionante ogni successiva conoscenza del reale. Il più autorevole discepolo di Fabro, Andrea Dalledonne, afferma risolutamente che San Tommaso “indica nell’ens, sintesi metafisico – trascendentale di essere partecipato e di essenza realmente distinti come atto e potenza, il primo oggetto del nostro conoscere. … In San Tommaso l’immediata apprensione dell’ens non è e non può essere astrattiva”. Ora la constatazione che il primo atto del pensiero non è l’astrazione, sta a fondamento della filosofia vichiana, che attribuisce l’inizio della sapienza al timore di Dio. Biondi ricorre ad una citazione di Francesco Amerio per rammentare che “Non è l’esperienza che dimostra l’universalità ed eternità dei principi, ma la ragione nell’esperienza: il che non toglie che essa, pur in funzione così ridotta, sia momento incancellabile del processo d’indagine storica”. Di conseguenza è lecito affermare che “Vico ripropone il suo verum [est] factum come criterio per la certezza critica, con il quale riconosce l’intelligenza per quello che è: sempre in qualche modo spiegatrice, fin dal primo atto più semplice e immediato”. Verum factum significa che la conoscenza delle cose è possibile quando la mente ne possiede gli elementi. Biondi chiarisce che “Possiamo avere nella mente siffatti elementi ma è escluso che la mente li produca come fonte prima, essendo essi innati, nel senso che ci sono elargiti da Dio, per cui l’intelletto è fondamentalmente una potenza passiva alla verità. Dunque il costruire – il fare – ci garantisce la verità non in forza di se stesso, ma soltanto in quanto si adegua al modello oggettivo, norma assoluta e indipendente dall’uomo. Il fare vichiano non è, in alcun senso, riducibile al creare ex nihilo sui et subiecti”. In tal modo è esattamente misurata la restrizione che l’innatismo subisce dalla fede ortodossa di Vico; restrizione la cui fecondità, suggerisce Biondi, si rivela nella dichiarazione della commutabilità del verum factum nel verum est conformatio mentis cum rerum ordine . Secondo la fedele interpretazione di Biondi, Vico sostiene che, eccitato da rozze immagini e terribili spaventi, l’uomo concepisce il primo pensiero: una divinità irosa, che si manifesta nei fulmini. Il mito di Giove tonante è un errore che la Provvidenza permette come introduzione di un pensiero vero: “Nello stato eslege la Provvedenza divina diede principio a' fieri e violenti di condursi all'umanità ed ordinarvi le nazioni, con risvegliar in essi un'idea confusa della divinità, ch'essi per la loro ignoranza attribuirono a cui ella non conveniva; e così, con lo spavento di tal immaginata divinità, si cominciarono a rimettere in qualche ordine”. La funzione del sentimento è stabilita nelle pagine della Scienza Nuova scritte per dimostrare che, fra i popoli gentili, la metafisica non sarebbe cominciata senza il precedente costituito del mito. Il testo vichiano, citato da Biondi, non lascia dubbi: “Le metafisiche de’ filosofi debbon andar di concerto con la metafisica dei poeti, in questo importantissimo punto, onde dall’idea d’una divinità sono pervenute tutte le scienze c’hanno arricchito il mondo di tutte l’arti dell’umanità: come questa metafisica volgare insegnò agli uomini perduti nello stato bestiale a formare il primo pensier umano da quello di Giove, così gli addottrinati non debbon ammettere alcun vero in metafisica che non cominci dal vero Ente, che è Dio”. Risolto il problema dell’inizio, Biondi prospetta una saggia soluzione delle controversie sulla (presunta) appartenenza di Vico alla corrente eterodossa dei filosofi occasiona. Dimostra, infatti, che Vico ha corretto la teoria degli occasionalisti (di Malebranche in special modo) moderandone gli eccessi, vale a dire componendola e armonizzandola con il contrario principio aristotelico “nihil est in intellectu quin prius fuerit in sensu”. Di conseguenza, nell’opera vichiana, l’errore occasionalista si trasforma in teoria della Provvidenza “che ispira i pensieri umani utilizzando le immagini create e così educa le nazioni”. Alla teoria vichiana della conoscenza, dunque, appartiene il titolo di avanguardia perché batte in breccia il vertice speculativo della modernità, dimostrando che l’oblio dell’essere è la vera cifra del cogito cartesiano. Nell’ultima versione della Scienza Nuova, infatti, Vico perfeziona la critica a Cartesio chiarendo l’impossibilità del dubbio assoluto: “Se io dubito se io sia o no, dubito del mio essere vero, del quale è impossibile ch’io vada in ricerca se non vi è il vero Essere, perch’è impossibile ricercar cosa della quale non s’abbia verun’idea”. Ora la nozione di vero Essere costituisce l’eredità che i filosofi hanno ricevuto dai poeti. La prova filosofica dell’esistenza del vero Essere si ottiene mediante un processo scientifico che perfezione ma non contraddice l’intuizione poetica dei teologi primitivi. Biondi sottolinea che Vico descrive tale procedimento sviluppando la polemica anticartesiana senza lasciarsi tentare dalla dottrina sull’apprensione astrattiva dell’ente. E al proposito cita un cruciale testo vichiano: “Il mio essere è terminato da corpo e da tempo, che mi fanno necessità: adunque l’Ente vero [Dio] è scevro da corpo e perciò sopra il corpo, e quindi sopra il tempo, il qual è misura del corpo secondo il prima e il poi, o (per meglio dire) è misurato dal moto del corpo. E, ‘n conseguenza di tutto ciò, l’Ente vero è eterno, infinito, libero. Così egli Renato arebbe, come a buon filosofo conveniva, cominciato da un’idea semplicissima, che non ha mescolato niuna composizione qual è quella dell’Ente, onde Platone con peso di parole chiamo la metafisica Ontologia, scienza dell’Ente. Ma egli [Cartesio] sconosce l’Ente”. Di qui l’affermazione, formulata nella piena fedeltà alla filosofia ellenico – cristiana, “che l’essere è propriamente l’oggetto dell’intelligenza e non dei sensi”. Questa affermazione fa risaltare la vicinanza del pensiero vichiano a quel tomismo essenziale, che è stato fedelmente ricostruito da Cornelio Fabro, un autore che ha sostenuto (e non per caso) l’ortodossia della Scienza Nuova. Vicinanza riconosciuta anche da Augusto Del Noce, il quale scrisse che la filosofia di Vico, come già quella di San Tommaso, è una filosofia del primato dell’essere. L’analisi di Biondi rafforza e approfondisce le conclusioni degli studiosi cattolici che hanno indirizzato la filosofia vichiana al sicuro e indenne passaggio tra Scilla e Cariddi, metafore delle opposte aporie costituite dalla tracotanza sensista e dall’albagia innatista. La Scienza Nuova sfugge alla mortificante presa del sensismo dimostrando che la prima scintilla del sapere si accende nella mente umana per effetto del provvidenziale timor di Dio e non per la via dell’astrazione. Sfugge alla presuntuosa suggestione innatista dimostrando che la conoscenza intellettuale ha un umile inizio dalla spaventosa immagine dei fulmini che destano il timor di Dio. Grazie a Vico e ai suoi interpreti cattolici, lo storicismo esce dalla cattività illuministica e hegeliana – si separa dalla condizione gregaria in cui era stato cacciato al seguito delle incaute teorie (di Bloy e Maritain) che delegavano all’anticristianesimo dei moderni il compito di svelare il senso cristiano della storia. Dopo la modernità il pensiero cristiano si riappropria delle chiavi che aprono l’accesso al vero senso della storia. Biondi, con la sua preziosa opera, insegna che l’indagine vichiana intorno alla Provvidenza e alla natura umana permette di trovare i principi della legge che governa l’evoluzione storica. Uscito dalla immotivata sottomissione al moderno (ora dileguante) il pensiero cristiano diventa capace di alzare il basso profilo delle aperture al moderno – elementi di geometria a una dimensione – e di fondare un’adulta e corposa architettura civile. ECIG Collana “Scriptoria” – Saggistica Genova, settembre 2007 pag. 224 euro 15 Moisés Biondi “Tradizione volgare Il mito in Vico” – Scheda editoriale a cura di Piero Vassallo. 
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