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Home Sigillo informa Editoriali RISORGIMENTO E FEDERALISMO - Considerazioni attuali - di Elio Giunta

RISORGIMENTO E FEDERALISMO - Considerazioni attuali - di Elio Giunta

Non è stato facile smaltire la grave indignazione che ci ha colti nei giorni di fine maggio scorso, allorché a Palermo è venuto in mente a qualcuno di riprodurre a tipo sceneggiata l’arrivo dei garibaldini in città, con la battaglia e poi la firma dell’armistizio: un’incredibile pagliacciata concepibile per caso di caduta in crisi d’infantilismo psichico e che, se come è stato detto, è costata 375.000 euro, sapeva pure d’ignominioso affare. Ma tant’è che con quest’imminenza dei centocinquant’anni di unità d’Italia, le trovate si sprecano e il faccendismo si moltiplica. Da qui nasce l’indignazione, in quanto nessuno invece si chiede quanto l’attivismo becero serva alla gente, quanti sono i giovani che sanno di Garibaldi, dei problemi dell’unità d’Italia, nel suo farsi e nel protrarsi di essi fino a noi. Quale insomma il senso di una celebrazione che c’è chi vuole e ci mangia e chi addirittura non vuole, assumendo in sostanza la storia del Risorgimento come problema irrisolto e irrisolvibile. E pure ci si domanda quante persone colte, persino quelli da definire ancora come intellettuali, appaiono sensibili alle diatribe di questi giorni: Italia unita o non, nord e sud; quanti ritengono sia ora di prendere e fare valere una dovuta posizione, mentre fin qui si è lasciata scorrere l’operazione federalismo nell’ignavia prevalente o tra il diverso ma tardivo stracciarsi le vesti. Anche qui da noi si è parlato poco e questo poco è sembrato roba da accademismo rimasticato e poco incisivo.

Immagino intanto, ad esempio, la posizione di uno scrittore che vive e opera nel sud Italia e che finora ha creduto di essere voce rappresentativa di un’entità civile detta italiana, con valori unitari di lingua e di costume, mentre oggi finisce per domandarsi se è ancora e fino a quando sarà ritenuto scrittore italiano; o invece è o sarà qualcuno in cerca di diversa identità o sarà un senza patria.

Insomma è venuto il momento di non sottovalutare e fare chiarezza, avvertendo dove pian piano si rischia di finire. Quindi è tempo di combattere le revisioni storiche di comodo e venire alla corretta puntualizzazione su certe questioni, quella meridionale anzitutto, in modo che venga fuori finalmente quello che veramente si vuole. Quest’Italia unita la si vuole mantenere o non più? Ci si dica altrimenti cosa ci apprestiamo a celebrare.

Di questi tempi non si fa che ripetere, e da più parti, che la storia del Risorgimento è da riscrivere e che nelle scuole è stata sempre proposta in modo falso e retorico. E questo bisogna anzitutto dire  che è vero parzialmente. Nel senso che le vicende risorgimentali in chiave scolastica sono state per lo più poste in termini schematici e perciò effettivamente è accaduto che, anche a causa della mentalità tardo-romantica in genere in uso nella cultura scolastica, si sia scivolati nella semplificazione  e nella retorica. Ma si è anche erroneamente generalizzato.

A parte che le dette vicende hanno avuto da sempre una storiografia avvertita dei problemi connessi e del come le hanno animate, compreso i dualismi moderati-rivoluzionari, federalisti e centralisti, e cito qualche nome illustre di storici, da Ettore Rota ad Antonio Monti, a Ruggero Moscati a Walter Maturi, a Ghisalberti, Valsecchi, Jemolo, per dire che non si è trattato di imbonitori di falsa retorica e niente a che vedere con i Calderoli o i Cota o i Castelli d’oggi;  a parte questo, l’insegnamento della storia del Risorgimento ha avuto sempre, nelle scuole serie, anche forme analitiche di tutto rispetto che salvavano con prudenza quel che c’era da salvare come sicura validità dell’accaduto.

Ai nostri studenti si facevano sfogliare i libri che distribuivano il Risorgimento nelle varie fasi: le origini, i moti costituzionali, il decennio di preparazione, le guerre d’indipendenza, la spedizione dei mille, la proclamazione dell’unità e le difficoltà seguenti. Ma avvertivamo che questi erano solo titoli, situati per una visione che aveva a presupposto un protagonismo indigeno che invece non era adeguato, data la municipalistica storia d’Italia e che quindi il processo cosiddetto risorgimentale poteva porsi diversamente. Esso in vero non aveva movente in esigenze storiche originarie inerenti alla geografia della penisola, e non era consono alla tradizione delle sue strutture politiche, ma lo acquisì di riflesso e glie ne venne una consistente cultura, allorché l’Europa assorbì e diffuse le trasformazioni ideologiche illuministiche e romantiche che daranno le spinte all’innovazione e alla evoluzione politica degli stati. E’ a livello europeo che si giustifica lo spirito risorgimentale, anche quello italiano, per quanto conquistò soprattutto le minoranze colte e, come sappiamo, le rese pure protagoniste di quelle prime azioni di efficacia limitata, vedi costituzionalismo, che magari col processo unitario d’Italia hanno poco a che fare. Forse erano premesse ma forse non lo erano.

Dicevamo queste cose e dicevamo dunque che quello che chiamiamo processo risorgimentale non ha un inizio chiaramente identificabile ma, in una fase dell’ottocento, ha  le sue ragioni sostanziose allorché anche in Italia, dietro il vento europeo, si fece luce un pensiero politico innovatore della struttura del paese e, si badi, di tutto il paese. Mazzini e Gioberti -perché furono loro a voler fare l’Italia- parlavano di una possibile Italia diversa e comunque, pur creando sin dall’inizio una divergenza di propositi, determinarono quell’humus culturale indispensabile su cui doveva poi svilupparsi l’azione concreta, detta risorgimentale. E questa verrà da chi saprà poi dominare la ben nota dialettica moderatismo-rivoluzione.

Si sa che Mazzini pensava e agiva come erede di un giacobinismo democratico inteso come azione rivoluzionaria; mentre Gioberti come inventore di un liberalismo cattolico, che ovviamente avrà alquanta fortuna al suo presentarsi, perché consono alla tradizione e allo spirito conservatore dei nostri paesi. Ma né l’uno né l’altro faranno l’Italia, non avendone obiettivamente gli strumenti organizzativi efficaci, né soprattutto potendosi giovare di ampiezza di intenzioni condivise. Quanti furono allora in grado di seguire la predicazione mazziniana e prestarsi alle avventurose sommosse, frutto  più di entusiasmi eroici che di razionali criteri volti a plausibili obiettivi?

Gioberti lo si accoglierà perciò quasi a contrappeso. Si diffuse difatti molta fiducia nelle tesi de Il primato morale e civile degli Italiani che egli lanciò nel ’43 e che, come ha osservato il Croce, perlomeno presentavano un progetto politico fondato sul concreto visibile: c’era davvero un’autorità papale in grado di porsi a garante di una confederazione di stati in Italia. Un progetto che sembrava possibile.

Ma questo, che era il primo delinearsi di un’idea federalista, a parte il dovergli riconoscere il merito di coinvolgere i cattolici ad un eventuale processo evolutivo del paese, si osservi che è stata anche la prima dimostrazione dell’impraticabilità di quell’idea.

Per realizzare una federazione di stati è necessario anzitutto che questi stati abbiano davvero l’intenzione di federarsi. Non era così in Italia. Il papa cosiddetto liberale, Pio IX, in fondo seguiva l’accorto opinionismo dei suoi Gesuiti, secondo il quale era impossibile la perdita del prestigio dello stato pontificio inter e ultra partes, cioè della sua universalità. E lo stesso Carlo Alberto non sembrò mai convinto di dover cedere ad un primato che non fosse il suo, sicché s’imbarcherà piuttosto, con ardite speranze, in una guerra di espansione, sfruttando i fermenti e le adesioni più accademiche che militari, come gli provenivano da più parti, e subendo la sconfitta.

E’ notevole ricordare, a proposito dell’idea federalista, che anche allora questa sembrò prendere corpo con l’inizio di una fase economica, la formazione di una lega doganale, per la quale in effetti le trattative ci furono. Ma anche allora questa celava soltanto perplessità e diffidenza. Come è vero che una unione economica non sempre funziona come sicura premessa a quella politica e così il contrario; e insomma nelle radicali riforme di tipo economico o amministrativo che si propongono bisogna sempre saper leggere quello che c’è sotto.

Allora poté sembrare addirittura ironia il fatto che un emissario del Vaticano, mons. Corboli Bussi, nel ‘48  si recasse presso Carlo Alberto per trattare della lega doganale e lo trovasse già occupato sul campo per la guerra contro l’Austria. Era la logica fine dell’utopia federalista. E sarà l’altrettanto logica apertura a quella strada diplomatica che pian piano porterà il Piemonte a realizzare, dieci anni dopo, qualcosa di quello che gli era fallito con la prima, sprovveduta opzione militare.

E’ chiaro che neanche noi abbiamo mai parlato e parliamo delle cosiddette guerre d’indipendenza come momento eroico della storia d’Italia, fulcro cioè del Risorgimento. Persa da Carlo Alberto quella del ’49, nel ’58  vinse la Francia per il Piemonte, anche se  con il Piemonte; nel ’66, la detta terza guerra d’indipendenza, fu quasi un disastro. Evidentemente è qui che va curata la retorica.

Il Piemonte aggregò le regioni dell’Italia settentrionale e parte della centrale solo avvantaggiandosi della dinamica della politica estera dei grandi stati europei, dei loro conflitti per acquisire o espandere le loro zone d’influenza e il loro prestigio. E così sarà anche a proposito dell’esito della spedizione dei mille. Dunque così si è fatta l’Italia: col dualismo Austria e Francia per il ’58, tra Inghilterra e Francia per il ’60, poi tra l’Austria e la nuova Germania del Bismarck per l’acquisizione del Veneto nel ’66. E’ chiaro però che questo avvantaggiarsi non è venuto al Piemonte gratuito né senza un abile manovratore degli eventi col sapervisi inserire opportunamente nel loro volgersi: e questo fu, in primo luogo, il Cavour.

Di lui si è detto di tutto e, già ai suoi tempi, anche in termini eccessivi. Ricordo il giudizio di Cesare Cantù, cattolico intransigente e municipalista, quello che vedeva l’Italia col motto “un Comune e un Santo”. Nella sua Cronistoria dell’indipendenza italiana si legge: “A lui toccò la prima parte del dramma, il demolire, al che bastano gl’insensati e i furibondi, a ricostruire vogliosi coscienze integre, menti addottrinate, rispettose degli uomini e delle loro abitudini …Egli si valse dei patrioti che gli si erano venduti (evidentemente erano quelli che avevano compreso l’impossibilità di fare a meno del  Piemonte), non cercò quelli per edificare…”. Forse non c’è altro da aggiungere di peggio da parte dei detrattori di ieri e di oggi. Ma si può dire quel che si vuole, Cavour resta uno dei più alti esemplari del pragmatismo della storia. La quale si nutre sì di idee ma i fatti, quelli che poi contano concretamente, spesso le trascendono e comunque solo le comprendono nel loro fluido realizzarsi. Il merito dello statista è dunque nell’intervenire con sagacia anche a modifica delle proprie intenzioni, specie se soprattutto succede di poterle migliorare. E Cavour fu un grande statista, l’Italia gli deve molto anche se non tutto. Gli deve anzitutto la spinta verso la modernizzazione, per il suo perseguire, ostinato se vogliamo ma lucido, di un’idea di modernità liberale d’ispirazione europea, quella che risultava la sola possibile nel fermento di proposte destinate per lo più a rimanere tali. Cavour agiva in nome di uno stato che aveva la struttura per attuare in concreto una politica nuova, progressiva.

Abbiamo detto dell’idea federalista del Gioberti e del suo fallimento, per cui lo stesso Gioberti  vedrà in altro modo Il rinnovamento degli Italiani, e sarà un modo paramonarchico, cioè anche lui lo vedrà realizzabile col Piemonte. Potremmo tornare a dire del Cattaneo e del suo tipo di federalismo che voleva poggiare su repubbliche mai esistite, come osservava il Croce; del Ferrari, tanto celebrato poi dall’Oriani ne La lotta politica in Italia, il quale  con la sua Filosofia della rivoluzione anticipava addirittura il concetto gramsciano della necessità di una legge agraria, come base di un rinnovamento, che lui voleva universale e che stando a quei tempi restava davvero pura filosofia. Tra i federalisti si poneva anche Giacomo Durando (Della nazionalità italiana), che vedeva giusto che si pensasse prima a una democratizzazione degli stati italiani, ma non vedeva come questa fosse allora impossibile. Saremmo sempre nel campo di quell’opinare che poggiava sul considerare la situazione delle realtà locali e il timore di quel che avrebbero potuto comportare le trasformazioni istituzionali, ma resteremmo alla dialettica tra unitarismo e localismo senza la necessaria sintesi. Questa poteva venire solo da chi gestiva un potere idoneo a imporre modifiche progressive in terre italiche, tradizionalmente restie e acquiescenti ai loro residui feudali. Unitarismo-localismo sarà una dialettica che accompagnerà sempre la storia d’Italia contemporanea sin dal suo formarsi, ma ciò non sminuisce i meriti di chi ha meglio lavorato per l’obiettivo, curando il concreto.

E, a proposito, parlando di modernizzazione del nostro paese, si deve in ogni caso riconoscere al Cavour il merito di aver posto a principio base della sua politica, la laicità dello stato ed aver perseguito questo principio con costanza e pazienza, tra agguerrite ostilità anche del suo sovrano, sin dall’operazione del Connubio del ’52 coi radicali al discorso del “Libera Chiesa in libero Stato” del ’61. Non è da dimenticare che nel nostro paese, come diceva Settembrini (Ricordanze della mia vita), “ i preti sono più forti dei principi e la gente non  muove a libertà, se la voce dei  preti a libertà non li chiama “; per cui è da ritenersi probabile che senza l’azione del Cavour questo paese, dal nord al sud, non avrebbe mai recepito alcuna cultura giurisdizionalista e, con la stessa Chiesa, sarebbe rimasto imbrigliato, chi sa fino a quando, in una condizione di guelfismo residuo, cioè in una palude retrograda rispetto all’Europa.

Nonostante questo però, per tutto quello che ha fatto prima del ’61, Cavour non sarà da considerare l’artefice unico del Risorgimento, se inteso come unità dell’Italia tutta. Anche questo abbiamo sempre saputo e detto. Non tanto perché anche lui per breve tempo fu contaminato da un’idea federalista tra gli stati già annessi e in tal senso appoggiò in un primo momento un progetto Minghetti, ma perché la vera unità d’ Italia, cioè della penisola e non del Centro-settentrione, gli si presentò acquisibile e realizzabile solo per merito della spedizione dei mille. Fu questo avvenimento a determinare il Risorgimento, quello che generò l’Italia che abbiamo e i suoi gravi problemi. Cavour ebbe il merito, secondo altri il demerito, di seguire la vicenda, indirizzarla per quanto riteneva il meglio sia pure  per una politica piemontese di espansione di cui era arbitro ed artefice.

Le recriminazioni naturalmente alimentano i dibattiti, ma non modificano l’accaduto, del quale tocca ai posteri comprenderne le ragioni e  sapersene giovare.

Stando all’urgenza storica che s’appresentava con la Spedizione dei mille, Cavour agì senza tentennamenti e senz’altro definì istituzionalmente il futuro d’Italia. Cioè non fece tutto lui perché si arrivasse all’unità di tutto il paese, ma questa non si sarebbe avuta senza la sua lucidità. Il suo discorso alla Camera del  7 ottobre 1860 è illuminante. Vi si legge: “ Come italiani noi desideriamo ardentemente che gli abitatori delle province non ancora unite operino non diversamente da quelle dell’Italia centrale e con lo stesso entusiasmo, con pari unanimità, si dichiarino consenzienti al principio unificatore di tutta quanta la penisola sotto lo scettro di Vittorio Emanuele”. Ed ancora: “Dopo tutto quello che d’impensato e d’insperato avvenne nella penisola ognuno indovina che noi non siamo federalisti “.

Oggi qualcuno che fa lo storico improvvisato va dicendo che Cavour non voleva questa unità d’Italia, evidentemente ritenendo che la storia la facciano le ipotesi e le opinioni pregresse e non invece l’accaduto su cui poi si esercitano i pensieri. Evidentemente il Cavour di quel discorso attendeva il buon esito del referendum delle regioni del sud conquistate da Garibaldi; e sarà infatti dopo quest’esito che l’Italia sarà unita dal Piemonte al Veneto alla Sicilia. E che l’abbia davvero voluta lo si deduce anche da altri documenti che danno ancora la misura della sua avvedutezza politica. Aveva ben capito, ad esempio, che andava pure risolto il grave dualismo tra moderatismo e rivoluzione, sicché il 9 agosto del ’60 scriveva a Costantino Nigra, diplomatico a  Parigi:  “ Ora, mio caro Nigra, ve lo dichiaro senza enfasi, io preferisco veder scomparire la mia popolarità, perdere la mia reputazione, ma veder fare l’Italia. Ora, per fare l’Italia  in questo momento, non si deve porre in contrasto Vittorio Emanuele e Garibaldi. Garibaldi ha una grande forza morale, gode di un immenso prestigio non soltanto in Italia, ma soprattutto in Europa. Voi avete torto, a mio parere, quando dite che noi ci troviamo tra Garibaldi e l’Europa. Se domani io entrassi in conflitto con Garibaldi, avrei possibilmente dalla mia parte la maggioranza dei vecchi diplomatici, ma l’opinione pubblica europea sarebbe contro di me e l’opinione pubblica avrebbe ragione, perché Garibaldi ha reso all’Italia (si badi, si parla di Italia!) i più grandi servigi che un uomo possa rendere…”. E sempre lui aggiungerà che “sarebbe meglio che la rivoluzione di Napoli si compisse senza di lui, cioè di Garibaldi”,  ma  non osava tradire l’arte del possibile immediato. Come non osava tradire quel che vedeva necessario per l’avvenire del paese, cioè “la distruzione di quella fatale autonomia che rovinerà l’Italia se non ci rimediamo”, come scriveva sempre al Nigra il 4 marzo del ’61. Il che sia contro ogni dubbia supposizione.

Ora sappiamo pure dei drammi e delle falsità, da tempo rilevati, circa la spedizione garibaldina nel sud e, trattandosi dell’evento senza il quale non ci sarebbe stata l’unità d’Italia, essi sono serviti per dire male indiscriminatamente del formarsi di essa e dei suoi artefici.

Certo sappiamo come sono andate le cose, con uno sbarco a Marsala favorito dalle navi inglesi, sappiamo che la gente attese i garibaldini per lo più indifferente, che il generale borbonico Letizia, con assurda strategia, cedette Palermo pensando di poterla poi riprendere, sappiamo della congrega dei generali borbonici pronti a tradire la causa d’obbligo, con un Nunziante che addirittura spingeva i soldati a disertare, mentre il loro presidente del Consiglio Liborio Romano, appena dopo essersi riunito col suo re, se ne andava a offrire l’accoglienza a Garibaldi. Abbiamo sempre detto e scritto, anche prima del Gattopardo, su quante ombre accompagnarono questa spedizione sì da renderla non del tutto gloriosa. Ma in essa sta tutto il bene e il male del Risorgimento, cioè dell’unità del paese. C’è in essa l’equivoco di fondo sul concetto di libertà che animava i volontari garibaldini, che erano piemontesi, veneti, lombardi, romanticamente disposti al sacrificio per cacciare lo straniero oppressore (ignari magari che il Borbone era meno straniero di Vittorio Emanuele), mentre quel che si aspettavano le masse proletarie era una libertà di senso diverso, libertà cioè dalla miseria e dal sopruso. C’è il riciclarsi nel sud delle classi egemoni, interpretato poi magnificamente con la battuta dei Blasco e dei Consalvo de I Viceré: “L’Italia è fatta, ora facciamo gli affari nostri”. C’è insomma tutta la questione meridionale, il suo marcio, quale è stata e qual è ancora come questione essenziale dell’Italia unita.

E’ inutile venirci ancora a ripetere che il Risorgimento fu un’operazione di conquista da parte del Piemonte e la Spedizione dei Mille non avrebbe nulla di eroico e di popolare. Ci sono già libri  vecchi su questo. Cito quello di Carlo Alianello La conquista del sud, ora più recente c’è quello della Pellicciari Risorgimento da riscrivere. Ma perché ci sono di contro libri, a partire da Le noterelle di uno dei mille di Cesare Abba che documentano il fervore di una cultura romantico-patriottica propulsiva all’azione che non può negarsi; c’è documentato un Risorgimento sofferto culturalmente e votato all’azione da parte di menti elette; e soprattutto c’era il formarsi di una cultura della nazione che era di livello europeo ed era nutrita da uno spirito d’innovazione cui gli staterelli italiani comunque non avrebbero mai potuto sottrarsi. E del resto non sono mai le masse popolari a capo delle profonde trasformazioni, se ogni rivoluzione, anche a partecipazione di masse, è sempre incanalata dai leader che le gestiscono secondo idee pur culturalmente maturate. Ma l’Italia, comunque formatasi, non avrebbe avuto senso se non nel rapporto evolutivo che l’allineava agli stati europei. E, in parentesi, anche oggi quest’Italia non può aspirare a dirsi degnamente stato componente dell’Europa, se non sente chiaramente definita in sé la sua identità politico-istituzionale. Né sembra questo tempo da mettere tutta in forse questa entità, renderla fragile, col ricorrere a idee già abortite nella sua storia. Se lo chiedono i nemici dell’unità d’Italia?

Intanto occorrerebbe considerare meglio il problema del sud come problema di tutto il Risorgimento e tenere presente semmai le analisi serie: anche quella di Gramsci circa  l’assenza delle masse al processo unitario, ma più quella di Rosario Romeo de Il Risorgimento in Sicilia ove si conclude “ L’ascesa della borghesia e o al posto dell’aristocrazia lasciò la massa contadina come finora era sempre stata, oggetto e non soggetto di storia…”.  E ancora, ecco l’esenziale: “Nel mezzogiorno il Risorgimento non fu come al Nord rivoluzione di una borghesia avviata allo sviluppo capitalistico (imprenditoriale). Specie in Sicilia saranno i vecchi ceti a condurre le battaglie risorgimentali, per cui il nuovo non sarà un nuovo liberalismo e si vedrà meno attitudine alla vita moderna. Se ne avvantaggeranno clientelismo e corruzione”. Ma le conseguenze  negative dovute ai corruttori di un processo in se positivo non possono attribuirsi a chi l’aveva concepito. I veri colpevoli della politica degli errori sono dunque il nostro clientelismo e il nostro affarismo criminale. E’ da superficiali accusare il Risorgimento. E per noi del sud non c’è altra critica da fare o altra lezione già così forte che possa eludersi. E’ consequenziale che per tutta l’Italia la crisi del Risorgimento vada cercata nel problema sud e quindi nella difficoltà costante del rapporto nord-sud.

Oggi però si parla contro il Risorgimento per celebrare il federalismo. E in sostanza, contro le ingiustizie create dall’unità d’Italia, sempre occultandone i vantaggi (che Italia, anche sotto l’aspetto economico, sarebbe senza il sud?) e sempre dimenticando le colpe dell’ufficialità della politica lontana dalla gente, contro le ingiustizie vere e quelle presunte come ostentate dai leghisti, si rispolvera ancora il federalismo come toccasana. E’ utile allora spenderci qualche riflessione conclusiva.

Il federalismo come idea problematica della struttura dello stato abbiamo già detto che non è cosa nuova, ne abbiamo parlato come ipotesi di prima della formazione di questo nostro stato, a proposito di Gioberti, Balbo, Cattaneo, Ferrari, riferendo anche sulla impraticabilità di allora. Ma se più volte esso è tornato ad essere riproposto nella storia del paese come alternativa alla struttura esistente come a volerne correggere gli errori, ogni volta non se n’è fatto nulla, perché ogni volta ne sono stati visti gli stessi inconvenienti delle origini. Cioè esso è sempre parso come pericolo di disgregazione di una unità politica che era stata auspicata e poi ottenuta da una borghesia europeisticamente avvertita e che considerava le realtà locali tanto secolarmente legate ad interessi del territorio da non essere in grado di recepire gl’interessi maggiori tipici di un grande stato moderno, cioè di una nazione impegnata a livelli internazionali.

Se torniamo a leggere tra gli scritti di Cattaneo (Archivio triennale dell’unificazione  italiana), oggi il più gettonato tra i federalisti di una volta perché federalista repubblicano in polemica con l’opzione sabaudia, troviamo sì tanta saggezza, con non poca materia utile magari per successivi tempi di decentramento amministrativo, ma avvertiamo anche la contraddizione di pensare da spirito repubblicano per smuovere una realtà socio-politica che pure lui vedeva tenacemente legata a principi e preti. Insomma Cattaneo e Ferrari hanno precorso buone idee, ma allora ne parlavano senza prospettive, giacché il processo risorgimentale, specie per l’arretratezza delle strutture sociali degli stati italiani dell’Ottocento, non poteva recepire programmi rivoluzionari e doveva orientarsi logicamente verso un moderatismo liberale, perché più rassicurante in una cultura dell’innovazione, e più presentabile alle masse per quanto legate alle tradizioni del territorio. Ecco ciò che allora rese plausibile e persino necessario accettare quell’espansionismo piemontese che vuole intendersi come colpa originaria e sarà sempre ritenuto oggetto di revisione.

Ora non possiamo essere tanto banali da dire che la storia doveva andare per altro verso, come non stiamo qui a giustificare gli eccessi del piemontesismo e la mancata lungimiranza politica che, unita  alla tipica italica corruzione, tanti lutti e tante incongruenze avrebbe comportato ( si legga per questo I vecchi e i giovani di Pirandello), ma abbiamo il dovere di vederci chiaro circa questo federalismo, fantasma sempre immanente sulla nostra storia unitaria.

Non c’è dubbio che il principio annessionista con cui si fece e consolidò l’Italia unita determinò un centralismo rigido rivelatosi inadeguato a sostenere i problemi di realtà locali varie e diverse, finendo pure per mortificarle e inibirle in quel che c’era in esse di buono e in quel che poteva avere possibilità di espansione progressiva (Qualcosa a proposito si è pure detto circa il troppo facilmente deprezzato regno borbonico). Fu un principio che recò inconvenienti al Nord e che danneggiò di più il sud. Ma fu un principio d’immediata necessità, per  tutelare, come s’è detto, quell’unità dell’Italia che era stata raggiunta “Dio sa come”, stando alla significativa battuta del Pallavicini ne Il Gattopardo: un principio che rendeva impossibile il ritorno, anche sotto diverso titolo, di principi e duchi (Vedi oggi, a proposito, l’atteggiamento dei cosiddetti governatori). Ma era anche un principio che poteva correggersi in itinere storico, il che infatti è avvenuto, col pensare a forme di decentramento amministrativo.

Per questo è sorto il regionalismo, risultato purtroppo imperfetto, a zone privilegiate, ridotto a determinare conflitti di competenza, ad esercitare un burocratismo aggiunto, pesante, sciupasoldi, diffusore di clientelismo e corruzione. Ma era comunque questa la giusta via da battere e su cui lavorare, almeno sul piano delle attribuzioni, elevandone obiettivamente altre al piano legislativo oltre quelle già praticate dai parlamenti regionali, non essendo un buon decentramento quello che prevede il sottostare per quasi tutto al solo centro legislativo di Roma, non sempre sensibile verso  quanto è materia propria di interessi ed esigenze locali. Ed era una via che comportava anche una diversa acquisizione del concetto di regione, per la necessità di dosare le autonomie più su un criterio di aree regionali basate su fattori economici ed etnostorici similari, anziché sui vecchi criteri geografici. Perché, ad esempio, la piccola Lucania o l’Umbria non sono regioni come la Lombardia o l’Emilia Romagna e di questo andava tenuto conto in sede di decentramento amministrativo. Figurarsi ora a parlarne in sede di federalismo.

Purtroppo però oggi non si è discusso d’intervenire a pro del miglioramento di un decentramento amministrativo, per renderlo più funzionale e che non turbi lo spirito unitario dello stato. Oggi si è tornato a parlare di federalismo, neppure rendendosi conto di quanto sia del tutto antistorico ed ancora improponibile. Lo è anzitutto perché il federalismo, se è davvero tale e non è un vocabolo usato a vanvera, prevede l’aggregarsi di vari stati o entità politiche che abbiano già costituzionalmente una loro autonomia. Quali sarebbero oggi in Italia gli stati o qualcosa di simile da aggregare? Le regioni come sono distribuite oggi in modo impari e con i loro dislivelli? Vogliamo ricreare di nuovo questi stati, cioè, visto che ci si lamenta del Risorgimento, vogliamo tornare a quelli del Congresso di Vienna?  La farsa della Padania,  montata persino a suon di squadra di calcio, di elezione di soubrettes, di ridicole cerimonie sul Po e di quant’altro fa populismo ignorante e strumentalizzabile, vogliamo prenderla per buona? Vogliamo avere paura delle minacce di secessione di Bossi?

Quando poi ci si confronta con stati federali come la Svizzera, gli Stati Uniti o la Germania,  troviamo un altro motivo per negare la nostra possibilità di federalismo. Giacché detti stati hanno una storia diversa per la quale sono così nati. La Svizzera proviene dall’antica esistenza di tre nazionalità diverse anche linguisticamente, giunte in tal modo ad un’alleanza confederativa; gli Stati Uniti d’America nacquero da un compromesso tra colonie già precedentemente autonome; la Germania era costituita da stati storicamente ben definiti che, a un certo punto, sanzionano la supremazia della Prussia, aggregandosi felicemente nel 71, addirittura sul campo francese, ove erano vittoriosi.

La storia d’Italia invece proviene da altre situazioni, i suoi stati all’origine del processo unitario o erano quelli che, come abbiamo detto, non vollero federarsi o non erano stati autonomi, come il Lombardo Veneto che era regione soggetta all’Austria. Né dopo l’unità si sono mai viste entità politiche, identificabili come giuridicamente autonome, da federarsi. Oltretutto a pescare nella vicenda storico-culturale d’Italia si trova piuttosto una forte motivazione unitaria della sua gente, documentata dall’elemento aggregativo non episodico che è la lingua. E con la lingua il suo più caratterizzante fattore unitario, sempre culturale: l’umanesimo. Infatti l’umanesimo, che si diffuse parimenti dal centro al nord e al sud della penisola, resta l’animo fondante di quest’Italia; quello per cui ci si riconosce ed identifica positivamente nel mondo. Negare questo vuol dire decadenza culturale del paese.

Una riforma dello stato in senso federale quali benefici può dare oggi agli abitanti della penisola? In che termini può venire da loro questa richiesta?  Si è sondato se questa richiesta c’è davvero ed ha consistenza? O è finito il  federalismo democratico tanto celebrato e si va avanti per prepotenza e calcolo di una minoranza politica?

Insomma oggi si parla di un federalismo che non si sa bene cosa voglia significare, se non che sia l’uso di un termine che adombri una rivalsa di interessi e di accumulo di poteri, in specie quello di spendere, che vada oltre quelli dei già pretenziosi governatori delle regioni, che sarebbero i nuovi duchi o i nuovi principi; un termine che soprattutto riapra ed acuisca la frattura tra nord e sud, nel ripudio ostentato e viscido di quell’unità del paese che la storia ci ha comunque consegnato con le sue grane ma anche con suoi eroismi. E sia chiaro finalmente che d’ impegno sofferto e ammirevole ce ne fu, ed anche Garibaldi, per meriti eroici e per perizia militare, qualche onesto tributo se l’è pure meritato.

Ma forse questo federalismo d’oggi è solo un modo di cercare il pubblico guadagno nel turbato stagno, citando i versi del poeta di Brianza.

Ci pare si stia giocando d’azzardo e si assiste con troppa leggerezza ad un lento incancrenirsi del vecchio e apolitico individualismo degli Italiani, da sempre avvezzi a stare solo a vedere. E stanno a vedere purtroppo anche gl’intellettuali, specie quelli del sud che poco prospettano sul da farsi contro quello che s’apparecchia. Si danno da fare, come s’è visto, solo i faccendieri degli eventi, delle manifestazioni fatue del centocinquantesimo, specie se c’è da fare stanziare quattrini.

Difatti si parla di federalismo fiscale e nessuno dice che si tratta già di un ibrido, giacché non ha senso riformare il fisco a nome di entità politiche che ancora non sono state definite, cioè non esistono; perciò si tratta di attuare una riforma frettolosa e perciò pericolosa, di incerto e grave costo. Di sicuro si tratta di una larvata maniera di distanziare le economie del paese e quindi porre le basi di una frattura col tempo insanabile; altro che colmare il divario tra nord e sud.

Oltretutto si è già visto come col decentramento demaniale si tratta già di creare nuovi uffici di gestione, nuove vie per far cassa e quindi nuove occasioni di clientelismo e di degrado politico.

E’ stata  inventata poi la nozione di federalismo solidale; ma nessuno è in grado di spiegare cosa davvero significhi, come possa funzionare e quando.

Nessuno smaschera l’equivoco su cui vive la politica della Lega, e magari avverta la gente sull’uso vacuo di questo termine federalismo, propugnando il debito referendum. Si dica insomma che il motivo più forte che sta oggi contro il federalismo è che esso, per come è stato patrocinato dalla Lega, non sarebbe più uno strumento di innovazione di tipo amministrativo dello stato che sia destinato a restare tale,  ma ancora una volta un qualcosa che proviene da uno spirito antiunitario e antitaliano, corrivo e distruttivo quanto antistorico. Una specie di anticipazione di quel che la Lega ha sempre propugnato dal suo nascere. I suoi atteggiamenti infatti e le dichiarazioni continue non lasciano dubbi: dagli oltraggi al tricolore, all’inno; da l’assenza alle manifestazioni unitarie e a quella della festa della repubblica al Quirinale è stato ed è un continuo dileggiare l’unità del paese. Dunque chi si batte per il federalismo oggi, è evidente che non vuole riformare lo stato, ma lo vuole disarticolare o fa finta di volere questo solo per sporco comodo elettorale. Si sarebbe dovuto ben capire che il federalismo non può che considerarsi un’anticipazione della disunità quale appunto la Lega auspica da sempre.

Questo va detto e ripetuto con forza e, invece di spendere soldi per manifestazioni estrose e stupide come quella di Palermo, in questi mesi andrebbero promosse e intensificate attività di acculturazione soprattutto tra i giovani, e tra i giovani del nord in particolare, perché acquistino consapevolezza di come sono andate veramente le cose, di come vanno e perché. Se si vuole ancora salva l’italianità peninsulare con i suoi valori di stato, con la sua dignità da spendere nel consesso europeo. Ma forse è tardi. E lo dico con infinita tristezza.

 

Pronunziato in Palermo, il 25.7. 2010, alla Biblioteca Etnostorica, per “I percorsi del venerdì “.