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Recensioni e note "Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud"

VISTA SENZA PARAOCCHI SUL RISORGIMENTO

Tommaso Romano, guastatore della squallida festa

 

 

di Piero Vassallo
Tommaso Romano, guastatore della squallida festa

di Piero Vassallo

 

La dispendioso collocazione a Genova di marmi sopra i quali sono scolpiti i nomi dei garibaldini partecipanti all'invasione del Regno di Napoli e la desolante cerimonia organizzata per l'incensamento (sempre a spese dell'erario) dell'aggressione piemontese alla pacifica Roma di Pio IX, annunciano e prefigurano la cagnara celebrativa in preparazione e gestazione per l'anno centocinquantesimo del regno dei Savoia. 
Prima che il vaniloquio dei carristi ex sovietici e dei rappresentanti della destra ridotta a cascami inondi la cronaca della futilità italiana, da Firenze a da Palermo si sono levate le animose voci del dissenso tradizionalista.
A Firenze i sagaci Pucci Cipriani e Ascanio Ruschi hanno organizzato una cerimonia intesa a onorare la memoria del Beato Pio IX e delle vittime dell'aggressione piemontese del 1870. Una maramaldesca impresa, condotta dai Savoia con il patrocinio e sotto i vessilli della fellonia massonica.
A Palermo Tommaso Romano ha dato alle stampe un suo magnifico saggio, Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud, scritto per rammentare le devastazioni e le miserie prodotte dal c. d. risorgimento.   
Opportunamente Romano rammenta che la revisione della storia intorno al c. d. risorgimento fu avviata nel 1928 da un esponente della cultura di destra, il napoletano Lorenzo Giusso (1900-1957).
Filosofo anticonformista e interprete controcorrente della scienza nuova vichiana, Giusso si era fatto apprezzare per il coraggio con cui aveva contestato la dottrina storicista del mostro sacro Benedetto Croce.
Nel saggio Le dittature democratiche dell'Italia, Giusso aveva osato addirittura sfidare l'opinione idolatrica, in allora condivisa da tutti gli storici italiani. Quasi insorgendo contro le voci massoniche e sabaude che si levarono per ostacolare il disegno del concordato, Giusso sostenne che "la storia dal risorgimento in poi è avvolta dai travestimenti pomposi, dai paludamenti barocchi, dai grotteschi pompeggiamenti d'una retorica democratica, radicale e giacobina".
Il fine perseguito da Giusso era confutare la mitologia liberale fiorita intorno all'immaginario grido di dolore alzato dal popolo del mezzogiorno per invocare l'intervento del redentore sabaudo: "Per una bizzarra trasfigurazione giacobina, tutti i movimenti emancipatori che dal 1821 attraverso il 1830, il 1848, il 1860 e il 1870 trassero impulso da minoranze selezionate, da élites d'intellettuali e patrioti, a gruppi sparsi e sconnessi d'individui, sono rappresentati come risvegli della volontà popolare, come vaste insurrezioni della masse, come conquiste della coscienza unitaria e di altri personaggi fantastici che se campeggiano nei trattati scolastici non si sono mai rilevati allo storico disinteressato e obiettivo". 
Romano,  autentico erudito e autorevole protagonista dei convegni promossi dall'associazione dei giusnaturalisti cattolici negli anni Settanta, stabilisce un rapporto di continuità tra la polemica antirisorgimentale iniziata da Giusso nel lontano 1928 e la teoria sulle radici tradizionali dell'unità italiani che fu elaborata da Francisco Elias de Tejada, Silvio Vitale e Paolo Caucci von Saucken. 
Inoltre arricchisce con nuove e inedite notizie la memoria che alimenta le ragioni della storiografia revisionista. Ad esempio i dati ufficiali (ma censurati dagli storici conformisti) sulle sciagure prodotte dai piemontesi nel solo anno 1862: 37 paesi rasi al suolo, 15665 fucilati, 20000 morti in combattimento, 47700 incarcerati per motivi politici e 40000 senza tetto. Senza contare i danni patiti da un'economia fiorente disastrata dai saccheggi e dalla riforme compiute dai liberali.

   Il saggio di Romano rappresenta un'opportunità di riflessione offerta agli italiani che desiderano trascorre il 150° anniversario della mala unità senza farsi trascinare dalla strombazzante retorica intorno alla felicità procurata dall'ideologia liberale e dai suoi scagnozzi sabaudi.

Recensione tratta da http://riscossacristianaaggiornamentinews.blogspot.com/2010/09/vista-senza-paraocchi-sul-risorgimento.html

Il libro di Tommaso Romano è stato vincitore del Premio Orgoglio Siciliano Riesi 2010

 


Nota di Gennaro De Crescenzo

 

Carissimo Tommaso,

ho appena finito di leggere (in una notte!) il tuo libro e posso solo ringraziarti: per le numerose citazioni (neanche fossi de’ Sivo...) e per il contributo che dai alla comune e importante battaglia.Quando qualcuno ci chiederà per l’ennesima volta a che serve la nostra storia e quali sono i nostri progetti per il futuro gli passerò il tuo libro! Sintesi perfetta tra la necessaria (ma efficacemente pragmatica) consapevolezza del passato e il “programma” di chi si occuperà del riscatto atteso ma prossimo dei nostri antichi Popoli...

Gennaro De Crescenzo


IL REGNO ILLUSTRE, DECADUTO E VILIPESO 

di Elio Giunta

 

Tempo fa un celebre politologo accusava la cultura del sud Italia di restare muta e indifferente a fronte del dibattito e delle accuse circa l’antimeridionalismo riportato in auge e fomentato insistentemente dalla Lega. Aveva ragione allora ma non l’ha più oggi che, di converso, una revisione del processo dell’unità d’Italia, mentre ci apprestiamo a celebrame il centocinquantesimo, ha favorito studi, ricerca di documenti e conseguenti pubblicazioni su quella che in fondo è risultata un’operazione di conquista del sud da parte del Piemonte dei Savoia. 

Evidentemente l’aggiornata storiografia di questa conquista mette in evidenza non gli eroismi romantico-patriottici ma le aberranti storture e persino le nefandezze che contrassegnarono quella vicenda unitaria, e di cui le conseguenze stanno tutte nell’irrisolta questione meridionale. 

Tuttavia al fondo di quanto si attesta e scrive c’è sempre un’idea dissacratoria di tutto il Risorgimento, e in specie circa la celebrata spedizione dei mille in Sicilia e a Napoli, ma con uno sfondo rivendicativo tanto corrivo quanto politicamente e storicamente sterile. 

Occorreva che tale idea fosse inquadrata in un’analisi più ampia della storia del sud Italia e che, oltre il Risorgimento, toccasse la genesi della crisi, fino a individuare il senso di modernità, come nozione influente sul prima e sul dopo, e per quanto oggi ci occorre capire per agire con più saggezza. 

Ha provveduto Tommaso Romano con un libro, appena pubblicato per la sua editrice Thule, dal titolo Dal regno delle due Sicilie al declino del sud. Romano, da intellettuale sensibile alle tematiche vive del tempo, ha scritto come spinto dalla necessità d’intervenire in così vistosa diatriba in atto, per chiarire, puntualizzare documentando, e cogliere sinteticamente e concretamente il nocciolo delle questioni. 

Dunque per Romano è inconfutabile che il sud viva una condizione di degrado rispetto al nord del paese. Ma questo degrado, che oggi ci viene pure rinfacciato da una Lega a cgrto di storia e di buon senso, non è determinato dal caso ed ha ragioni che vanno colte alle radici. E qui viene l’originalità della sua analisi: la modernità liberale, che è pure figlia dei rivolgimenti culturali e politici procedenti dal secondo settecento, ha creato le basi di potere per classi dirigenti votate agli affari, alla loro estensione, per cui si è man mano affermata la facilità all’antitradizionalismo senza scrupoli, alle prevaricazioni, ai tradimenti. Dunque non è stata solo colpa di Garibaldi, di Cavour o di Vittorio Emanuele la caduta del Regno delle due Sicilie, ma c’era il tarlo che agiva nei meccanismi intrinseci della storia. Così come oggi sono pure le speculazioni finanziarie senza patria e senza volto a dettare le leggi della politica, la quale oltretutto, tra globalizzazione e tirannie del mercato, non conta più nulla, semmai conta appena per tutelare gl’interessi della parte del paese che in nome della cosiddetta libertà s’è accaparrata le fonti dell’economia e se li difende in tutti i modi. Nei cinque capitoli di cui consta l’opera di Tommaso Romano si traccia anzitutto in sintesi la storia del liquidarsi della tradizione attraverso due facce della stessa medaglia, reazione e sovversivismo; con essi si è affermato il principio della modernità, nel quale, per come è stato praticato, s’inquadra appunto e si spiega anche la decadenza del Regno delle due Sicilie. Questo Regno poi, a differenza delle interessate tesi inglesi che lo definivano “la negazione di Dio”, era tutt’altro che un organismo di bassa serie, esso si avviava anzi a primeggiare in Europa, anche per iniziative industriali e per provvidenze istituzionali, umanitarie ed economiche. E qui il Romano riporta una dettagliata documentazione che va fmo ai dati positivi della bilancia commerciale e delle riserve bancarie, quelle che, con l’unità, vennero depredate e investite al rilancio industriale del nord. 

Vengono quindi denunciate “la perfidia diplomatica e la corruzione di generali e burocrati”, con cui si è perseguita questa unità d’Italia, osservando come in fondo per il sud si è trattato della sostituzione di un re con un altro re neppure migliore. E questa operazione ha comportato pure violenze e deprecabili eccidi col favore di traditori dei princìpi dei diritti umani, di tomacontisti, e sempre a favore d’interessi economici in espansione al nord e necessitosi di ridurre a puri consumatori i già defraudati del sud. 

Certo allora per i promotori onesti dell’unità politica della penisola appoggiarsi al Piemonte apparve una necessità, ma l’aver mancato di saggezza costruttiva resta ingiustificabile. Al sud, anziché con apporti di civiltà ov’era utile intervenire, si è proceduto a distruggere persino con baldanza criminale. Ma, si legge in Romano: “Era appunto la logica del capitalismo e dell’individualismo esportato senza criterio e vocazione specifica al sud, per puro profitto e sfruttamento”. 

Eppure tanta acuta rivisitazione della storia del sud, oltretutto corredata da densissima bibliografia e corroborata da illuminanti annotazioni, per carpime adeguatamente le ragioni della crisi, in Tommaso Romano non si riduce al solito rinfaccio rivendicativo: essa, se da un lato ridimensiona drasticamente il dire e il fare dei leghisti intesi a imporre il federalismo che va olo a tutela dei loro interessi; dall’altro risulta piuttosto un invito al risveglio consapevole del sud in prospettiva di quella che viene indicata come la via maestra del suo futuro: guardare di più anziché all’Europa continentale al suo centro naturale, il Mediterraneo. Dunque un libro d’indispensabile riferimento. 

Elio Giunta 

 


da "La Sicilia" 20 Ottobre 2010

<<DAL REGNO DELLE DUE SICILIE AL DECLINO DEL SUD>>

Tommaso Romano «revisiona» il Risorgimento

 

BAGHERIA. Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud è l’ultima fatica di Tommaso Romano, che si inserisce nell’area storica ed etica del Revisionismo sul Risorgimento e sull’unificazione d’ Italia.Al Revisionismo, ovvero all’atteggiamento di chi sostiene la necessità di correggere opinioni o tesi ritenute correnti o dominanti, Romano non giunge per ultimo. All’inizio degli Anni ‘70 risalgono scritti e considerazioni sociali, dettati da ansia e passione civile, sul risorgimento e sulle condizioni del Sud e, in particolare, della Sicilia. Oggi Tommaso Romano dà alle stampe un meditato e ben documentato lavoro che getta una nuova luce di verità su fatti e misfatti di un’azione politica e militare poco conosciuta, anzi mistificata, che rese possibile ai Savoia la conquista del Mezzogiorno d’ Italia. Nel libro (edito da Thule), emerge uno spaccato da conquista militare dove diplomazia, forza delle armi e politica riuscirono a creare le condizioni per un’annessione al Piemonte che, oltre a violare le norme di diritto internazionale, venne realizzata con i fucili senza il consenso delle popolazioni. Le Due Sicilie erano lo Stato preunitario più prospero, nel quale l’emigrazione era sconosciuta e la cui popolazione non aveva alcun desiderio di unirsi alla restante parte della penisola; non aveva, insomma, voglia di essere lliberata. La posizione strategica al centro del Mediterraneo e la politica di fiera indipendenza cozzavano contro gli interessi dei Savoia e delle grandi potenze europee che con la forza dei cannoni e del denaro corruttore imposero la piemontesizzazione cui il popolo reagì con annidi guerriglia che i vincitori definirono - brigantaggio. Il testo è di parte, come Io stesso autore riconosce, ma tende ad indicare con fatti, date e numeri il declino che il Sud vive dall’ 860. Roma no ritiene di potere contribuire ad aprire ulteriori squarci, porre interrogativi, motivi di ricerca e valutazioni su un periodo passato appunto alla storia come “Risorgimento”, colmo di valutazioni semplicistiche, di giudizi sommari sui vinti e di apologie storiografiche e ideologiche peri vincitori, gli “eroi” e le loro convinzioni). 

Il volume è già stato gratificato del Premio Orgoglio Siciliano-Città di Riesi 2010). 

 

Giuseppe Fumia

 


 

 

Vittorio Riera 

Tommaso Romano 

Palermo, 12 settembre 2010 

 

Caro Romano, 

il tuo Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud è uno di quei libri che una volta che si è letto bisogna tornare a rileggerlo con maggiore attenzione per cercare di sceverare ciò che è frutto di una ricostruzione storica — e quindi obiettiva oggettiva imparziale — e ciò che va ascritto a vis polemica, a passione politica — e quindi unilaterale soggettiva parziale. Fatto il bilancio, a me pare che il piatto pencoli di gran lunga a favore della prima ipotesi. Le citazioni illuminanti che tu riporti in appendice ne sono una prova, sono cioè una prova del fatto che non ti sei nutrito di letture unilaterali, ma hai interrogato quanti, sul piano storico, culturale, filosofico, ideologico, hanno contribuito bene o male a fare l’Italia. Proprio queste citazioni, che tu ascrivi a personaggi di primo piano della letteratura (Levi, Pirandello, Bacchelli, Nievo, Settembrini), o del pensiero politico (Crispi, Dorso, Einaudi), tanto per citarne alcuni, sono come dei veri e propri pugni nel ventre, molle, di quanti sono stati abituati a pensare con la testa altrui che è come dire che sono stati abituati a non pensare e a non studiare (ma già, chi studia oggi?). Con la conseguenza che oggi ci troviamo in una Italia e con una Italia scassata, squassata, lacerata al proprio interno. Se ne vogliamo uscire — questa sembra la tua proposta — bisogna fare i conti con un passato sul quale si è steso e si continua a stendere una spessa coltre di silenzio. Ora il tuo saggio — saggio, non pamphlet, (il pamphlet si muove dalla prima all’ultima riga sul filo dell’ironia, della satira, della passione politica e ideologica, del partito preso teso solamente a distruggere, non a costruire) sembra proprio muoversi verso questa direzione, la direzione di dare a Cesare quel poco o quel molto che gli spetta. 

In questi ultimi tempi sono apparsi qua e là diversi articoli che si muovono lungo questa direzione, ma si trattava di articoli viziati da vis polemica e quindi slegati da ogni indagine storica; così come sono nati movimenti cosiddetti neoborbonici, che si preoccupano di denunciare a destra e a manca non so chi o che cosa, dimenticandosi, forse perché non all’altezza, di studiare, studiare, studiare (a me è capitato di chiedere a uno di questi movimenti notizie su Leopoldo, conte di Siracusa, non mi hanno saputo (o voluto?) rispondere). Il tuo saggio, invece, mi sembra completo e fa giustizia di tante inesattezze, di tanti silenzi. Certo, si può non condividere — ed è lecito — ma certamente non si può condannare l’onestà intellettuale, consueta, peraltro, in te, che hai saputo mostrare. Per quel che mi riguarda, ho da tempo superato le passioni politiche, che pure per lunghi periodi della mia vita mi hanno mosso, e ho imparato a non fare di tutte le erbe un fascio. In ciò aiutato anche da certi studi su alcuni pittori palermitani che vissero il periodo da te analizzato e ricostruito. Ed è stato per me significativo e motivo di stupore notare come i Borbone e la nobiltà che ruotava attorno alle loro corti aiutassero con committenze o con pensionati quei pittori. Se non era per loro potevano fare la fame. Ciao. Vittorio Riera. 


 

... L'ho letto con interesse felice di scoprire sempre più la verità sull'imbroglio risorgimentale!

Gerlando Lentini

 


Da " L'Alfiere" (Dicembre 2010)

 

 

UN PRONTUARIO DUOSICILIANO

di Ulderico Nisticò 

 

Tommaso Romano, il noto intellettuale ed editore di Palermo, ha dato fuoco alle polveri della critica antirisorgimentale con un volume il cui significativo titolo promette qualcosa in più della rievocazione storica. Di questa, Romano elabora una sintesi ragionata, che ha come costante punto di riferimento la venerata figura di Silvio Vitale e i più notevoli autori reazionari; e la corrobora con una ricchissima e puntuale Bibliografia e alcune interessanti Appendici. Poi, dando il buon esempio a quello che dovremmo fare tutti, lascia il passato per affacciare considerazioni e ipotesi sul presente e sull’avvenire. Qui si può aprire un dibattito, e condividere o no le sue tesi, ma si deve riconoscere a Tommaso la fondamentale funzione di stimolo ad uscire dalla rievocazione per scendere sul terreno della battaglia per il Meridione. Siciliano, non soffre infatti di isolazionismo, e sa che le sorti della sua Sicilia non posso essere separate da quelle del resto del Reame! 

 

 

 


IL  DECLINO DEL SUD COMINCIA CON LA FINE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

di Domenico Bonvegna

Devo a Tommaso Romano la presentazione del suo libro (che gentilmente mi ha inviato), Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud, edizioni Thule di Palermo (2a edizione settembre 2010). Un agile testo di poche pagine ben documentato.

Non conosco personalmente Tommaso Romano ma per il suo impegno poliedrico, ne ho sentito parlare un gran bene negli ambienti di Alleanza Cattolica in Sicilia, infatti Romano è stato Consigliere e quattro volte assessore alla Cultura della provincia di Palermo (di cui è stato vicepresidente per quattro anni) e del Comune di Palermo. Docente di filosofia, Italiano e Storia, docente all'Accademia di Belle Arti e di scienza della Comunicazione. Ha fondato l'Archivio Biografico Comunale della Città di Palermo. Infine è autore di numerose opere di saggistica e poesia.

Nonostante tutte queste esperienze socio culturali, Tommaso Romano come lui stesso scrive, non si sente di essere uno storico togato anche perché ama occuparsi degli studi filosofici-letterari. Tuttavia il libro può dare un ottimo contributo a comprendere le insorgenze antigiacobine, il risorgimento, la tradizione nel Sud e in Sicilia, lo stato in cui versa il meridione, anche se il testo non ha la pretesa di esaustività degli argomenti.

Dal Regno delle Due Sicilia al declino del Sud, denuncia come tanti altri libri, tra l'altro presenti nelle 5 pagine della bibliografia, il modo violento dell'unificazione del nostro paese ai danni del popolo meridionale, gli effetti perniciosi che noi siciliani e meridionali abbiamo patito, senza però invocare  il revanscismo sterile, o la nostalgia incapacitante, oppure il 'primato' supposto di un sistema sull'altro, attento a non cadere, nella contrapposizione Nord-Sud, che favorisce le follie della parte più estrema del leghismo detto padano, di quella pseudo-antropologia che classifica come 'inferiori' le donne e gli uomini del Sud.

Il merito del testo di Tommaso Romano è di collegare gli eventi passati alla realtà odierna che si affretta a scrivere: il mio Meridione non esclude né il Nord né tantomeno l'Europa e ancor di più l'intero Mediterraneo. Il libro non manca di esaltare la civiltà, l'accoglienza solare, autenticamente umana della terra di Sicilia, anche se paga e continua a pagare la sua atavica incapacità di apparire protagonista; uno dei frutti più evidenti è la tragedia di una gioventù che continua ad emigrare malgrado diplomi e lauree, intelligenze e meriti.

Il Sud resta da 150 anni sempre drammaticamente al palo – scrive Romano - Certo anche per le sue incongruenze e per l'incapacità di scuotersi come dovrebbe e forse potrebbe. In ogni caso – continua Romano – riflettere sul passato non appare pratica antichista né esercizio filologico, né tanto meno banale esaltazione dell' Ancien Regime, del bel tempo andato. In pratica studiare la nostra Storia significa comprendere e rimuovere la radice della crisi, in questo caso dei popoli meridionali.

Da buon politico l'autore sostiene che i problemi del meridione, tra l'altro ancora irrisolti,  non sono nati per caso, ma non ci potrà essere futuro migliore, di reale integrazione senza riconoscere le cause storiche dei nostri problemi, senza studiare attentamente gli avvenimenti, non obliando la memoria.

Romano comincia il libro sostenendo la tesi che l'unità del popolo italiano c'era già ed è da ascrivere all'ethos della 'nazione spontanea', a quella dimensione profonda, 'transpolitica' secondo la definizione di Augusto Del Noce, che sedimenta nella coscienza determinando i tratti della tradizione di un popolo. Lo spirito italiano è dunque pre-politico, genetico e linguistico affonda le sue radici nella romanità, nella cultura greco-latina e nel medioevo cristiano da san Tommaso a san Bonaventura, da Dante a Petrarca, fino a Leonardo e Galilei, Vico e Rosmini, e non coincide certamente con la nascita dello stato unitario.

Nel II capitolo Romano ricorda con dati alla mano la profonda ricchezza del Regno delle Due Sicilie nel momento in cui viene barbaramente conquistato. Per evidenziare le ricchezze del Regno napoletano, Romano parte dall'opera poderosa di revisione compiuta da Francisco Elias de Tejada nella sua monumentale Napoles Hispanica, edita da Controcorrente di Napoli, sulla presenza della corona spagnola, sul concetto  missionario confederale e cristiano delle Hispanidad, a Napoli e nel Meridione.

Romano ci invita pacatamente a ripartire dalle condizioni sociali dell'Antico Regno prima dell'unità d'Italia. Scopriremo che il Sud si avviava ad essere, e in molti campi lo era, un Regno fra i maggiori d'Europa. Il libro di Romano snocciola una serie di dati, con riferimento alla cultura, l'arte, l'economia, la finanza, la politica, dove risulta che il Regno delle Due Sicilie era di gran lunga superiore al piccolo regno sardo, il Piemonte, riportando a pagina 25, le cifre del bilancio commerciale degli Stati italiani preuniti, tutti attivi tranne il Piemonte.

Addirittura all'Esposizione internazionale di Parigi nel 1856 il Regno delle Due Sicilie era premiato per il livello raggiunto e giungeva al terzo posto fra gli Stati, dopo Inghilterra e Francia.

Nel III capitolo Romano tratta della cosiddetta leggenda risorgimentale, sfatando i miti, i soliti schemi, che purtroppo ancora imperano nelle scuole e anche intorno ai festeggiamenti dei 150 anni dell'unità d'Italia. Dai re Borboni sempre inetti e pavidi, ai lealisti divenuti pessimi briganti da sterminare, malgrado la loro resistenza durerà fino al 1870. Alle vaste insurrezioni delle masse, come risvegli della volontà popolare, fino a scoprire che si è trattato di un movimento risorgimentale sempre sotto l'impulso di minoranze selezionate, di élite intellettuali, gruppi sparsi e sconnessi, spesso personaggi fantastici. Occorre sgombrare la storia del Risorgimento dalle tinte rosee, dall'oleografia demagogica. Le grandi masse furono estranee a questo movimento, il famoso 'grido di dolore', fu una vera e propria invenzione. Bisogna, scrive Romano, soffiarne via tutta la la teologia demo-massonica e umanitarista che gli storici impeciati di radicalismo vi hanno appiccicato.

Il Regno di Francesco II fu rapinato da un manipolo di uomini, per gran parte, bande armate provenienti dal malaffare ( i cosiddetti “picciotti”), grazie ai tradimenti e alla corruzione dei capi militari, di aristocratici e politici. Romano fa riferimento allo stesso La Farina che in una lettera rivelatrice evidenzia di che pasta erano fatti i cosiddetti volontari di Garibaldi. Anche il testo di Romano descrive il mito Garibaldi, creato ad arte nelle logge massoniche d'Inghilterra. Colpisce la faccenda della morte della compagna Anita, pare per strangolamento, naturalmente tutto insabbiato.

Nel IV capitolo, Romano affronta il costo altissimo della conquista militare del Sud italiano. Alla fine si conteranno dopo dieci anni dall'unificazione, in tutto l'ex Reame, un milione di morti, fra civili, briganti e militari, 54 paesi rasi al suolo, 500.000 prigionieri politici e una economia totalmente distrutta, con un carico fiscale aumentato dell'87 per cento.

Il professore Romano chiede, per tutti giustizia, pietà, pacificazione ma nella verità storica e nella chiarezza e non oblio in nome di una retorica lontana dal comune sentire, e neanche si pretende impossibili restaurazioni.

In Romano trapela appena qualche critica nei confronti della Lega e forse una certa sfiducia nella politica, certamente sono d'accordo con lui quando scrive che sono patetici certi esponenti di governi regionali del Sud che inneggiano al Risorgimento e a Garibaldi. Senza una profonda revisione culturale, a vecchi sistemi di potere se ne sostituiscono soltanto altri di pari matrice e non cambierà un bel nulla. Non bastano pertanto le dichiarazione e gli intenti – scrive Romano – bisogna risanare dalle menzogne, scuotere le coscienze, reagire, creare una cultura seria di governo non propagandistica o ad effetto e quindi obiettiva e documentata, in grado di rimettere a posto prima le idee e poi i mali della sanità, dell'istruzione, le infrastrutture, le industrie locali, la qualità della spesa pubblica, le grandi incompiute (a cominciare dalle ferrovie e dalle strade interne, specie in Sicilia).

 

 


 

Recensione di Angelo Ruggero sulla rivista "Tradizione"

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